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21 Mar

Eccomi di nuovo qua, smaltito il calo psicologico post mondiale, riprendo il racconto della mia avventura un mese dopo l'ultima week. Vi avevo lasciati alla vigilia della settimana più importante della stagione, chiedendovi di salire a Cogne per darmi la carica in vista dei Mondiali... e così è stato!

Avrei tanta voglia di raccontarvi le emozioni provate in quella 'giornata epica' vissuta a Cogne, con la prima doppietta italiana e tutta valdostana, in una sprint di coppa del mondo. Così come raccontarvi nel dettaglio tutti i metri in cui ho lottato per difendere il titolo di Campione del Mondo Sprint qualche giorno dopo a Seefeld e, ancora, la seconda medaglia dei Mondiali per l'Italia, nel TeamSprint in coppia con Defa.

Ho deciso però di conservare quei ricordi, tenerli lì da parte e lasciare che il tempo mi aiuti a far emergere qualche dettaglio in più, qualche aneddoto particolare per raccontarvi, a freddo e al meglio, quella incredibile 9 giorni.

Un racconto che merita un'occasione speciale da dedicare a Voi tifosi.

E l’occasione sarà quella del 25 Maggio, data in cui sto organizzando l'evento da dedicare a tutti coloro a cui voglio rivolgere, anche quest'anno, il mio Grazie.

Negli anni passati ho sempre cercato per questo evento delle location esclusive in cui invitare tutti i membri del Team, i Partners, le Istituzioni e ovviamente voi tifosi rappresentati dai ragazzi del FanClub, che al mio rientro dalle gare avevano già organizzato più tempestivamente la Vostra festa.

Quest'anno ancor di più che negli anni passati, in quella settimana indimenticabile tra Cogne e Seefeld, ho sentito l'enorme spinta che mi avete dato ed è per questo che insieme alle Associazioni di Nus, sto cercando di organizzare il mio miglior Grazie a voi tutti.

Una festa in Piazza a Nus con l'ormai tradizionale Salotto di Silvano Gadin in cui svelarvi tutte le emozioni di quei giorni e un open Bar in cui offrirvi una bevuta per festeggiare insieme un'altra grande stagione.

Ovviamente anche le pagine di “Semplicemente Chicco” ospiteranno nelle settimane successive un racconto scritto del doppio impegno Cogne-Seefeld, ma il mio desiderio è quello di riservare la “premiere” all’evento di Nus, raccontare in anteprima quei giorni soltanto a quelli di voi che saranno presenti.

Quando parlo dei tifosi, mi riferisco a tutti coloro che mi spingono, mi incitano e che credono che tramite ciò che faccio e per il modo in cui lo faccio, posso fare del bene allo Sport e perchè no, un pochino anche alla società. Ma c'è un gruppo di tifosi, che sta diventando sempre più grande, che vuole dimosrarsi 'ufficialmente' ancora di più mio fan, seguendomi agli eventi e alle gare organizzandosi in quella che inizia a essere chiamata 'Macchia Gialla'.

I ragazzi del Fan Club sono una costante magnifica che mi accompagna dalla mia prima convocazione in nazionale e che mi ha supportato a bordo pista in molte gare di questi anni tra Coppa del Mondo, Mondiali e Olimpiadi.

Fa quasi strano chiamarlo così considerando che all’inizio era composto soltanto dal gruppo dei miei amici più cari (che erano anche i più scalmanati a bordo pista ovviamente) i quali altro non volevano che farmi sentire il loro calore mentre io gareggiavo sulla neve con la temperatura sottozero.

Oggi il gruppo è diventato una realtà molto rilevante, conta di più di 700 iscritti, che si è data anche importanti obiettivi nel campo del sociale e questo per me è davvero ciò che conta di più.

Ovviamente sapere di non essere solo durante la gara, vedere delle facce amiche che aspettano di bere un goccio di vino e di mangiare un bacio di Nus insieme a me dopo che la gara è finita mi aiuta a sopportare meglio le fatiche, le trasferte e la pressione.

E non si scappa, lo sanno tutti, dagli addetti all’antidoping ai tecnici: io non esco dalla pista se non sono andato ad abbracciarli e a fare un brindisi insieme.

Ma c’è molto altro oltre al sostegno che mi offrono alle gare perché il Club svolge anche un importante ruolo aggregante all’interno della mia comunità e ne vado davvero fiero.

Agli inizi gli incontri di inizio e fine stagione erano l’occasione per riunire insieme tante persone diverse, accumunate dalla passione per lo sci di fondo e da quella per la propria terra. Poi, con l’inizio delle trasferte organizzate, il fan club è diventato anche uno strumento per viaggiare in compagnia, assistere agli eventi più importanti della stagione e per visitare posti nuovi.

A Seefeld, nei giorni del Mondiale, erano presenti in più di 60: un sostegno impareggiabile che mi ha aiutato a spingere al massimo.

Il clima del gruppo è quello che ho sempre apprezzato di più: nonostante le levatacce e le sfacchinate per raggiungere le piste, quella che si portano dietro negli zaini è sempre una festa chiassosa e divertente, che è impossibile vedere sugli spalti e senza restarne coinvolti.

Impossibile dimenticare, per esempio, l’invasione di Milano del 2012. Scherzo a chiamarla così, ma non è molto lontano dal vero. Era in programma una suggestiva gara sprint in pieno centro città, con la cornice del Castello Sforzesco e i ragazzi raggiunsero il capoluogo lombardo in massa. C’era un fiume di persone con la maglia gialla del fan club che sfilava a bordo pista: avevano riempito tre pullman e creato l’effetto di una vera e propria curva ultras, anzi peggio perché non credo che allo stadio lascino entrate persone con dei campanacci o delle motoseghe (senza lama, giusto precisare).

Mi piace scoprire le storie che si celano dietro ad ogni membro del club e coltivare i rapporti che si creano grazie al tempo passato insieme a raccontarle. Storie che si sono accumulate piano piano, negli anni, e che mi accompagnano con gioia, affetto e calore praticamente da sempre. Come quelle della notte di Cogne che non vedo l'ora di farmi raccontare. Io ero già in viaggio verso Seefeld ma ricevevo messaggi e tramite i social continuavo a vedere da lontano come andava avanti la festa inziata con l'euforia della gara del mattino.

Col passare del tempo il gruppo è diventato molto numeroso ed è organizzato ed efficiente.

Per me è sempre stato fondamentale che il Fan Club fosse aperto a tutti coloro che si volessero avvicinare a me o allo sci di fondo in generale.

Oggi è anche possibile iscriversi online nella sezione dedicata al FanClub del mio sito (https://www.federicopellegrino.com/fanclub/tesseramento) e coordinarsi con loro per unirsi alle trasferte del gruppo, ricevendo in tempo reale anche le indicazioni per poter seguire al meglio gli eventi live e quelli in tv.

Sono davvero tante le cose che partecipano a rendere speciali i miei tifosi: la consapevolezza di quanto sia molto gratificante e divertente fare certe esperienze tutti insieme piuttosto che da soli, per esempio, ma anche l’altruismo che li anima, visto che l’organizzazione non ha alcuno scopo di lucro.

Tutti i proventi del merchandising e delle attività vengono infatti utilizzati per la gestione degli eventi e devoluti in beneficenza, tramite vari progetti tra cui “TUTTI sugli sci” che permette ai disabili di poter sciare con la giusta assistenza grazie ad attrezzature adatte e a tecnici preparati.

Il mio primo pensiero quindi, tornando a scrivere #SemplicementeChicco è un enorme ringraziamento a tutti coloro che mi hanno aiutato sostenendomi dagli spalti, dai divani, via social... sia quelli che lo fanno da sempre, sia quelli che lo faranno a partire da domani, perché quella dose di energia mi carica tantissimo, mi aiuta nei momenti di fatica e soprattutto mi ricorda sempre quanto sono fortunato.

Le mie fatiche sono (anche) per voi e di questo vi voglio ringraziare di cuore.

12 Feb

Il ticchettio del conto alla rovescia verso il Mondiale si fa sempre più forte. Ormai ci siamo, tra poco più di una settimana ci sarà la gara più importante della stagione e io sono molto sereno.

 

Sto bene, mi sono allenato molto bene nell’ultimo periodo così come per tutto l’anno dove ho superato i per fortuna pochi acciacchi senza conseguenze, perdendo poche sedute di allenamento e non compromettendo troppo i periodi successivi. Ormai è così da tanti anni e questo è il fatto che più mi da sicurezza: ogni allenamento si costruisce su quelli precedenti così come ogni stagione si costruisce su quelle precedenti. Una sorta di crescita esponenziale dove se tutto va bene giorno dopo giorno, anno dopo anno, la condizione è in continuo miglioramento, cosa fondamentale per riuscire a rimanere sempre tra i migliori.

 

Sabato scorso, a Lahti, arrivavo con le gambe un po ingolfate dal carico di lavoro delle ultime settimane. Invece, complice una neve molto veloce e la pista che è una delle mie preferite, ho portato a casa un ottimo secondo posto dietro al solito Klaebo.

Sono molto soddisfatto della mia prestazione perché sia fisicamente che tatticamente mi sono comportato bene nonostante qualche avversario, su tutti i Norvegesi a parte Klaebo, dovesse ancora strappare il pass per i mondiali e quindi la situazione rischiava di essere parecchio complicata.

 

Fare un bel risultato a 12 giorni dal mondiale, quando in teoria non te lo aspetti, mette tanta fiducia perché sai che da ora in poi le sensazioni andranno sempre migliorando. Ovvio, questo discorso non vale solo per me. In tanti hanno cerchiato in rosso il giovedì 21 febbraio sul calendario da parecchio tempo e finchè non si arriverà a quella data non si può sapere chi ha azzeccato appieno l’avvicinamento e chi no.

 

Oltre alla condizione fisica, sapete bene che la prestazione necessita di tanti altri tasselli e anche lì riesco a trovare abbastanza serenità. Il gruppo dei tecnici dei materiali, nonostante si sopportino già da parecchi mesi, è molto affiatato così come tra noi atleti si continua a respirare un bel clima. L’accomodation a Seefeld sarà ottima, vicino alle piste, non lontano dal centro, e già testata nel raduno di fine settembre. Il cuoco non vede l’ora di prepararci tutto ciò di cui la prestazione -e il buon gusto- necessita.

 

Come è stato nelle ultime edizioni di Mondiali e Olimpiadi, gli obiettivi e le gare a cui parteciperò saranno probabilmente più di una e come successo negli ultimi anni appunto, cercherò di rimanere concentrato sugli obiettivi in ordine cronologico partendo proprio dalla Sprint. La seconda gara sarà dunque la TeamSprint e l’ottimo esordio di DeFa nella TeamSprint di domenica a Lahti (chiusa al sesto posto, ma come quinta nazione) mi fa capire che anche lì, l’Italia può fare bene. Poi, nella seconda settimana dei mondiali, sarà la volta della staffetta 4x10km dove mi auguro di essere schierato viste le belle gare distance di questa stagione. Ogni gara sarà propedeutica per quella successiva e oltre a potermi giocare qualcosa di importante, sarà quindi un ottimo allenamento in funzione dell’obiettivo seguente.

 

A proposito delle piste di Seefeld vi ho già raccontato abbastanza nella Week12 e più ci penso più non vedo l’ora di essere di nuovo lì.

 

A casa il clima è molto positivo vista anche la bella stagione che sta facendo Greta. Anche per lei sarà un mondiale importante. L’anno scorso sulla pista austriaca ha realizzato il suo miglior risultato in coppa del mondo chiudendo nona dopo aver fatto registrare il secondo tempo di qualifica: erano anni che non la vedevo andare così forte. Tra l’altro in un’intervista ha dichiarato che se dovesse raggiungere la finale non mangerà dolci per un anno, e visto che so quanto le piacciono i dolci sarei proprio curioso di vedere se ce la può fare...

 

Tutto intorno a me sembra andare per il verso giusto quindi, ma non posso rischiare di abbassare la guardia. Assolutamente attenzione a non ammalarsi prima di tutto. Riposare bene, mangiare bene, rilassarsi ma non troppo e far sì che il tempo scorra limitando le distrazioni. Ai mondiali di Lahti, nei 3 giorni prima della Sprint, sono andato in ‘uso aereo’ con lo smartphone. Un anno fa, a PyeongChang, appena arrivato al villaggio olimpico, ho eliminato l’applicazione di facebook. Quest’anno sto pensando di tornare in ‘uso aereo’ per qualche tempo, più che altro per non farmi influenzare dall’esterno e per rallentare ancora un pò i ritmi di vita. Ho qualche bel libro da leggere, e se mi ha fatto bene a Lahti e in Corea, massimizzare le energie verso la prestazione potrà portare i suoi frutti anche in questo grande appuntamento. Mi perdonerete quindi se per due settimane lascerò in stand-by le week di #SemplicemnteChicco preparando poi un bel racconto post evento.

 

Come dicevo, se tutti i fattori ‘di contorno alla forma fisica’ sono a puntino, chi più ne giova è la serenità mentale. Importante non metterla a rischio così come è importante caricarla.

 

E per caricare la testa ho due modi.

Primo: sono il Campione del Mondo del 2017 e me ne devo assumere le responsabilità. Il 21 febbraio avrò il pettorale senza numero -ma con scritta- e lo porterò con grande onore. Solo 9 uomini nella storia dello sprint dello sci di fondo lo hanno indossato una volta. Nessuno due volte, così come nessuno è mai riuscito a fare due medaglie nello sprint in due edizioni iridate consecutive. Da quì traggo tanta motivazione per provare a essere io il primo a non sfigurare con il pettorale da Campione.

Secondo: riempiendomi dell’affetto dei tifosi, che mi sostengono sempre, da tanti anni. E non mi riferisco solo al FanClub, di cui al più presto vi racconterò, ma a tutti coloro che con un messaggio sui social, un commento a un post o a chi con una pacca sulla spalla e due parole dette dal vivo mi dimostrano il loro affetto.

 

Una cosa che mi ha fatto tantissimo piacere nella gara di sabato è stato l’affetto del pubblico finlandese nei miei confronti. Alla presentazione ai cancelletti di partenza, turno dopo turno, l’Alè urlato dopo il mio nome cresceva di intensità e ho iniziato a ricordare le belle emozioni vissute lì due anni fa, probabilmente come qualcuno nel pubblico. In quel 23 febbraio 2017 che mi ha visto vincere l’Oro mondiale dopo tanti anni di digiuno per l’Italia del fondo. Ricordi che mi fanno bene perché nel frattempo ho iniziato a pensare tanto al futuro. Appena raggiunto un gran risultato è nel mio modo di essere il pensare già al successivo obiettivo, e quasi iniziavo a tenere troppo nascoste quelle sensazioni. Emozioni bellissime che ho un desiderio fortissimo di rivivere.

 

Se a Lahti ho già iniziato a riempire il serbatoio di carica dai tifosi, non mi immagino quanto sarà importante la giornata di questo sabato, 16 febbraio, per riempirlo fino all’orlo. Sabato ci sarà a Cogne in Valle d’Aosta, l’ultima gara di coppa del mondo prima del mondiale, un’occasione unica per me per farmi ben vedere davanti al pubblico di casa. Dopo varie vicissitudini nell’avvicinamento, l’organizzazione sembra essere pronta ad accogliere questo grande evento e io mi auguro con tutto il cuore che ci siano tanti bambini, appassionati e perché no anche gente che magari non ha mai visto lo sci di fondo dal vivo pronta a salire a bordo pista per festeggiare e incitare me e tutti i miei compagni/e della nazionale. E’ l’ultimo step e lo ritengo fondamentale. Io in gara come sempre ce la metterò tutta per dare spettacolo e provare a regalare una vittoria a voi tifosi.

 

A serbatoio di carica pieno, il mondiale sarà lì, dietro l’angolo, e io sarò pronto. Non ho paura e mi batterò fino all’ultimo centimetro per me, per Greta, per la mia famiglia, il Team e tutti voi. Urlate e spingetemi anche da casa. Io lo sentirò.

 

5 Feb

Ci eravamo lasciati martedì scorso alle porte dei campionai italiani, con l’ultimo periodo di carico iniziato a Seefeld, e mi ritrovate al termine di questo weekend soddisfatto per i bei risultati ottenuti nonostante l’avvicinamento non ideale.

 

Il programma delle gare di Cogne prevedeva una Sprint TL (tecnica libera) e una 15km TC (tecnica classica), una vera e propria prova generale di quella che sarà la tappa di Coppa del Mondo che si disputerà su queste nevi, con gli stessi format, il 16 e 17 febbraio.

 

Diciamo che nella sprint ho fatto il mio dovere fino in fondo, vincendo il titolo italiano al termine di una gara certamente allenante, non solo dal punto di vista tecnico e fisico ma anche per quello che riguarda la tenuta mentale visto che, a causa di un problema tecnico, siamo stati costretti a rifare le qualifiche due volte, allungando così da 4 a 6 le ore passate sugli sci da inizio a fine gara. Caso più unico che raro...

 

Quindi è stata la volta della quindici chilometri in tecnica classica, una specialità nella quale ultimamente sto riuscendo a raccogliere risultati confortanti anche in Coppa del Mondo e nella quale sento di avere ancora margini di miglioramento.

La medaglia d’argento conquistata dietro al solo De Fabiani, indiscutibilmente il più forte in Italia su queste distanze, è stata la mia prima medaglia in un campionato italiano Assoluto distance e mi ha dato ottimi segnali sul mio stato di forma e caricato ancora di più in vista dei prossimi appuntamenti a venire.

 

Oggi voglio prendere spunto da questo ottimo piazzamento per affrontare alcune delle domande a cui non riesco mai a scampare, di quelle che prima o poi arrivano sempre in un intervista o da un appassionato di sci di fondo. Tema che credo quindi interessi anche a voi.

 

Perché fai le sprint e non le distance?

Come sei diventato uno Sprinter?

 

Tutto nasce ovviamente agli inizi della mia carriera, in quella fase delicatissima che sono gli ultimi anni da Under18 e Junior, e che determineranno il modo e l’efficacia con cui si entra poi nel mondo dei grandi.

A livello giovanile si cerca sempre di consentire all’atleta uno sviluppo completo, che non escluda una delle due specialità focalizzandosi eccessivamente sull’altra. Anzi si fa sempre il possibile per stimolare il giovane alla competizione e per orientarlo verso uno sviluppo tecnico e atletico che gli permetta di essere competitivo in entrambi i format.

 

Ognuno però è fatto a modo suo, sia a livello fisico che a livello mentale e questo può portare ad una predilezione naturale verso una delle due gare.

Io per esempio dico sempre di esser nato veloce. Ed è vero: nei miei muscoli c’è una buona dose di fibre bianche, che mi permette di tirare fuori il meglio nella velocità piuttosto che nella resistenza bruta. Questa è la mia sola caratteristica che accetto di buon grado di ricondurre alla parola “talento”, a cui dedicherò più spazio in una week dedicata.

Comunque, nonostante esista una preferenza di base, diciamo istintiva, oltre che al maggior divertimento nelle gare veloci, i miei anni che precedono l’ingresso nel mondo senior sono sempre caratterizzati dal costante doppio impegno: sprint e distance.

 

Dopo il mio primo titolo individuale nella sprint, conquistato nella categoria Aspiranti U18, gli anni da Junior U20 mi hanno visto vincere molte medaglie ai campionati italiani e fare bene in Coppa Europa Junior, in entrambe le specialità.

 

Nel mio caso specifico era facile rendersi conto di come fossi competitivo rispetto ai miei coetanei migliori sulle gare distance, ma competitivo anche rispetto ai senior nelle gare sprint. Una bella differenza.

La medaglia conquistata ai Mondiali Junior nello sprint, di cui vi ho parlato nella week 11, ha ulteriormente accentuato la mia vocazione e spinto i tecnici di allora a impostare il mio sviluppo inquadrando le gare veloci come il possibile terreno di caccia senior.

Al mio secondo anno junior ho preso parte ad una sprint di Coppa Europa Senior e l’ho vinta, meritando la convocazione per una tappa di Coppa del Mondo, nella quale sono andato subito a punti, finendo diciannovesimo dopo aver condotto il mio quarto tutto in testa fino a qualche centinaio di metri dal traguardo.

 

Tutto insomma lasciava intendere che le mie migliori prospettive sarebbero state nello sprint e quindi è stato tracciato per me un percorso di sviluppo che tenesse conto di questa mia caratteristica.

Quando sono stato aggregato in pianta stabile alla prima squadra per la mia prima Coppa del Mondo, ho subito ripagato la fiducia con ottimi crono di qualifica e con il primo podio già nel Gennaio 2011. La via era decisa.

 

Cosa significa però decidere di focalizzarsi più su un tipo di gare che sull’altro?

 

Significa principalmente impostare una stagione a livello di calendario in base a degli obiettivi precisi in una o nell’altra specialità nel tentativo di raccogliere quanta più esperienza si riesca, il più in fretta possibile, in modo da crearsi un bagaglio tattico, tecnico e emotivo sufficiente per provare a vincere qualcosa quando ancora le gambe sono giovani e forti, il che è fondamentale soprattutto per le gare veloci visto che con l’età la velocità si rischia di diminuire.

 

Per questo i tecnici di allora hanno cercato di farmi fare quante più sprint di alto livello potessi, così da permettermi di imparare quanti più segreti in questo tipo di gare.

A volte capitava che mi facessi migliaia di chilometri per fare soltanto la Sprint in un weekend di Coppa del Mondo, magari addirittura senza nemmeno qualificarmi, mentre partecipando a un fine settimana di Coppa Europa o Coppa Italia magari avrei avuto modo di correre più gare, sia sprint che distance, ma di livello minore. E’ proprio qui che sta la ‘specializzazione’: gareggiare in base al compromesso tra risultati (necessari per ‘guadagnarsi la pagnotta’) e esperienze (in funzione di risultati nel medio/lungo periodo).

 

Essermi specializzato così in fretta mi ha permesso di mettere nel borsone fin da subito un bagaglio di conoscenze riguardanti le gare veloci tale da farmi bruciare più di qualche tappa. Al mio primo Mondiale senior, quello a Oslo del 2011, per esempio, arrivò subito un ottimo dodicesimo posto, come nel 2013 in Val di Fiemme in Tecnica Classica però, e un 5 posto in Team Sprint, oltre a un Oro U23 sempre nel 2013.

 

C’è da ricordare però che gli Sprinter dello sci di fondo non hanno nulla a che vedere con gli sprinter dell’atletica, da cui probabilmente prendiamo il nome. Le nostre prove durano circa 3 minuti e in una gara bisogna farne 4 in 4 ore con tempi di recupero sempre minori fino alla finale. Potremmo quasi definirci dei ‘mezzofondisti veloci’, dove la velocità conta, sì, ma conta anche e soprattutto la resistenza e la capacità di recupero più si va avanti nelle fasi di gara. Quindi l’allenamento, a parte in rare occasioni, non si discosta molto da quello degli atleti che preparano gare di pura resistenza. Per farvi un esempio, io e De Fabiani ci alleniamo praticamente con lo stesso identico programma di allenamento da 5 anni a questa parte.

 

Avere competenze complete aiuta anche perché non tutte le sprint si assomigliano, anzi. Ci sono moltissime variabili che possono modificare la struttura di una gara veloce, trasformandola in qualcosa di diverso: tracciati da due minuti e altri da quattro, nevi lente, salite lunghe e molto altro ancora.

 

Allenare il mio fisico alla resistenza per le mie sprint mi ha però visto crescere gradualmente anche nei risultati sulla distanza e in ogni stagione da 4 anni a questa parte, oltre agli obiettivi da sprinter, ho cominciato a aggiungere come obiettivo stagionale anche il contributo attivo alla staffetta italiana 4x10km sentendomi sempre più a mio agio in questo ‘breve’ chilometraggio, per cui partecipare a gare lunghe per fornire ai tecnici gli elementi necessari per essere scelto nel quartetto è diventato un chiaro obiettivo.

 

Per forza di cose quindi avete iniziato a vedermi partecipare anche a gare distance di coppa del mondo, dove sto immagazzinando l’esperienza che probabilmente ho perso nei primi anni senior - sacrificio necessario per portare a casa tutti i bei risultati degli ultimi anni – e che magari un domani mi permetterà di primeggiare anche in questo format.

 

In conclusione, vi confido che non posso sapere per quanti anni riuscirò a esprimermi ai massimi livelli mondiali nelle sprint e non so neanche quanto il mio motore negli anni a venire può migliorare. Quello che so è che a me piace vincere, e che sia in una specialità piuttosto che nell’altra, io darò sempre il massimo fin dal primo allenamento di fine aprile per riuscirci. Sicuro è che nel mio modo di lavorare e di vivere, preferirò sempre il ‘poco e bene’ al ‘tanto e meno bene’.

29 Gen

Come avete potuto notare dai post sui social, in questi giorni sono stato a Seefeld in Austria, per iniziare l’ultimo periodo di carico prima dei Mondiali, che si terranno proprio qui tra qualche settimana. L’idea di venire a Seefeld è nata insieme all’allenatore Steo e a Defa durante il viaggio di ritorno dalla trasferta di Otepaa, quando abbiamo entrambi deciso di rinunciare alla tappa svedese di Ulricheamn del fine settimana appena concluso, nonostante fosse una tappa a cui tenevo partecipare, per consentirci un paio di giorni di riposo completo e un tempo più lungo su cui spalmare gli allenamenti di questo delicato periodo della stagione.

 

E’ bastata una tabella su di un foglio con i pro e i contro per ogni località papabile come base per questi 6 giorni e abbiamo subito capito che il compromesso migliore era a Seefeld: il luogo ideale come altitudine, piste agonistiche, piste turistiche e comfort vari oltre all’innevamento che purtroppo ancora scarseggia dalle nostre parti a basse quote.

 

In questi anni ho imparato per esperienza che è fondamentale avere il tempo per caricare anche d’inverno per poter raggiungere i traguardi che mi prefiggo e essere competitivo da inizio a fine stagione.

 

Queste finestre di carico all’interno della stagione agonistica le pianifico con largo anticipo per quello che riguarda le date, le località e le eventuali gare da saltare, ma sono sempre e comunque la stretta attualità e le sensazioni avvertite di gara in gara a consigliarmi come è più produttivo farle e quindi, come in questo caso, è stato necessario predisporre un piano diverso da quello pensato a ottobre.

 

Durante la stagione, soprattutto nelle sprint, è la brillantezza a fare la differenza e quella puoi anche riuscire a mantenerla soltanto con le gare e con i pochi allenamenti che porti a casa tra una tappa e l’altra. Ma a lungo andare confidare solo su quello può diventare pericoloso perché finisce con lo scaricarti le pile e corri il rischio di arrivare al momento cruciale della stagione senza avere nel serbatoio una quantità di benzina sufficiente a mantenere alti i giri del motore.

Essere brillanti non è sufficiente quindi! Almeno non per me.

 

I tanti anni trascorsi a competere nella Coppa del Mondo mi hanno insegnato a prendermi cura del mio corpo al meglio, per metterlo in condizione, quando scendo in pista, di puntare sempre al massimo risultato possibile.

So di non avere il fisico del supereroe e per questo ogni cosa, ogni uscita e ogni allenamento devono essere programmati al meglio per permettermi di tirar fuori sempre la mia miglior prestazione.

 

Chiaramente dover rinunciare ad alcune gare mi da un gran fastidio, ma è importante per me mantenere sempre i piedi ben saldi per terra e stare quanto più possibile aderente al piano d’azione concordato in partenza.

Non significa automaticamente che nei weekend successivi vincerò ma, senza ombra di dubbio, vorrà dire che mi sono messo nelle migliori condizioni possibili per provare a farlo e direi che questo è già un bel punto di partenza.

 

I periodi di carico durante l’anno nascono quindi da questa esigenza di rimettere carburante nelle gambe, ammassare ore di allenamento e lavori duri, da poter trasformare in brillantezza poi nelle settimane successive.

Ai giorni di pesante allenamento infatti fa sempre seguito un weekend di gare nel quale sono un po’ imballato, ma questo è la normalità, oltre che un segno della buona qualità del lavoro fatto. Soltanto dopo un leggero scarico fatto nei giorni successivi inizio a vedere i frutti del carico.

 

A maggior ragione quest’anno, con il Mondiale sullo sfondo, concentrare un pesante richiamo atletico in questi dieci giorni è sicuramente la cosa giusta da fare, anche se costa una gran fatica fare delle rinunce.

 

Mi riferisco non soltanto all’essere lontano da casa, lontano da Greta e dalla nostra tranquillità, ma anche al dovermi sciroppare un weekend di gare in televisione, senza poter essere sulla neve a competere con gli altri.

L’ultimo weekend di gare tra l’altro è stato quello di Ulricehamn, in Svezia, dove quest’anno avrei corso per la prima volta. Vedere quei trentamila spettatori assiepati sulle gradinate e non poter essere in pista è stato davvero frustrante. Così come lo è stato guardare le foto, i video e i post dei miei avversari che ci hanno preso parte.

Una rinuncia senza dubbio fastidiosa, ma necessaria, perché la programmazione è costruita apposta a tavolino per darmi le chance migliori nelle gare in cui partecipo e devo avere la forza di rispettarla sempre.

 

Il modo migliore di non rendere vano questo sacrificio è ovviamente lavorare bene. E qui lo abbiamo fatto in maniera egregia. Inoltre a partire da domani ci sarà anche il raduno della nazionale, a Cogne, che inizia con i campionati italiani e sarà un’ulteriore occasione di mettere ore nelle gambe per me, finendo con il cumulare praticamente 2 settimane di carico.

 

A Seefeld, ovviamente non sono solo, c’è il mio compagno e conterraneo Defa (De Fabiani), il nostro skiman di riferimento, Francois, e Christophe il fisio. Un gruppetto ridotto ma super organizzato in cui si vive sempre con un bel clima, cosa importante visto che anche qui eravamo in appartamento tutti assieme. Abbiamo fatto dei bei test sui materiali e non ci siamo mai allenati per meno di tre ore, riuscendo così a fare un grande volume di quantità oltre ad aver spinto forte sul tasto dell’intensità in alcune sedute, portando a casa dei bei lavori di “spinte” e di “gambe”.

Allenamenti molto duri e intensi ma di breve durata in skating sulla pista della Sprint Mondiale e altri invece più lunghi a tecnica classica, resi più dolci dalla bellezza delle piste che abbiamo trovato qui, con delle belle montagne sullo sfondo e boschi con alberi pieni di neve fresca.

 

Le piste qui sono già pronte per il Mondiale e sono larghissime, maestose, come accade sempre per Mondiali e Olimpiadi. Il primo giorno, appena arrivati abbiamo voluto provare subito la pista più lunga dei tracciati mondiali, quella da 8 chilometri e mezzo che ospiterà la 50 chilometri che comprende al suo interno tutti i tracciati delle varie distanze e devo dire che mi è piaciuto veramente tanto.

 

I lavori estivi e le strutture mobili hanno reso lo stadio enorme (largo 60 metri!) che ha letteralmente cambiato il volto della zona partenza/arrivo: era difficile un anno fa riuscire a visualizzare un’opera del genere, ma tutto lascia davvero intendere che sarà uno spettacolo pazzesco anche per gli appassionati e il pubblico, sia quello da casa che quello che avrà la fortuna di salire fin quassù a tifare.

Iniziano a comparire i maxischermi e oltre alle grandi tribune dello stadio, altre più piccole prendono corpo vicino ai punti più strategici e spettacolari del percorso.

 

Si preannuncia davvero un gran Mondiale e, anche se mancano 24 giorni alla ‘mia’ sprint, io ho iniziato un po’ in anticipo a respirarne l’aria.

Anche questo è stato messo nella mia lista dei pro e dei contro stilata in aereo, ovviamente sotto la colonnina dei pro.

22 Gen

In questi giorni si stanno svolgendo i Mondiali Junior (Under 20) e Under 23 a Lahti, in Finalndia. Come ogni anno, in questo periodo, riemergono i ricordi di quando li ho affrontati io, affacciandomi per la prima volta in carriera a competizioni di così alto livello e a un primo vero confronto internazionale. Colgo oggi l’occasione per affrontare una prima parte del tema ‘Giovani’, su cui molto spesso mi capita di ragionare con i compagni di squadra o gli allenatori, raccontandovi la mia crescita di quegli anni e qualche spunto di riflessione. Un tema che ho a cuore, perché so quanto quegli anni siano importanti per forgiare il carattere di un fondista.

So che molti ragazzi di quell’età leggono ciò che scrivo in #semplicementeChicco così come guardano i Vlog di Klaebo per trarre più insegnamenti possibile, ed è in primis a loro quindi che mi rivolgo oggi.

 

A lasciare le sensazioni più indelebili nella memoria di chi vi partecipa è quasi sempre il Mondiale Junior, che è l’evento intorno al quale ruota tutta la stagione degli atleti di categoria Under 20. Al mio secondo anno di questa importante categoria di transizione, nel 2010, ho raccolto in Germania il mio primo grande risultato internazionale: un bronzo nella sprint a tecnica libera. L’emozione di quella prima grande soddisfazione, non la scorderò mai.

 

Quella medaglia, quella prestazione, mi hanno presentato sul palcoscenico dello sci che conta e catapultato in un mondo completamente differente rispetto a quello in cui vivevo prima. Quando sono arrivato in nazionale junior non avrei neppure saputo mettere in ordine di importanza le principali competizioni: Coppa del Mondo, Tour de Ski, Olimpiadi e Mondiale.

 

Fino al primo Mondiale Junior il mio rapporto con la competizione in generale, e di conseguenza anche con lo sci, era diverso: più privato e meno ambizioso, più divertimento e meno risultati.

Forse perché ho un fratello maggiore di due anni e quindi, quando ci si sfidava in casa, che fosse di corsa, con i roller o sugli sci, ne uscivo sempre bastonato. O magari dipendeva dal mio rapporto con il calcio, prima passione giovanile: facevo l’attaccante e convivevo con la pressione del dover “fare gol” per non mandare all’aria il lavoro di tutti, quindi, sugli sci, del risultato cercavo di fregarmene, che tanto era solo mio nel bene e nel male.

E per questo la soddisfazione che derivava da un buon risultato finiva con l’essere sempre molto circoscritta.

Ma dopo la medaglia di Hinerzarten mi sono trovato come sparato in una dimensione completamente differente, un livello di attenzione e interesse tale da motivare un’ambizione nuova, feroce. Quell’ambizione che mi ha fatto trascorrere un periodo un po’ sopra le righe prima di diventare con il tempo quel professionista che cerco di raccontarvi tutte le settimane: focalizzato sul quieto vivere con l’obiettivo della vittoria.

 

Questo cambiamento e il ricordo di quelle prime emozioni fortissime sono alcune delle cose che mi fanno sentire profondamente legato al Mondiale Junior in generale, e sono anche il motivo per cui, in questo periodo dell’anno, il ricordo mi bussa dentro e mi riporta indietro con la memoria.

Tutta questa esperienza cerco poi di passarla alle nuove generazioni, provando a mettere sul piatto le cose che ho imparato, sperando che qualcuno riesca a farne buon uso.

Sabato scorso prima della sprint degli Junior, che tradizionalmente apre il Mondiale, ero al telefono con i ragazzi della nostra nazionale, con la nuova generazione, per dar loro qualche consiglio e fare il più sincero degli in bocca al lupo.

 

Rispetto alla mia generazione, questi ragazzi vivono già con una mentalità impostata verso il professionismo più completo. Si fanno un gran mazzo in allenamento (in termini di quantità, per quel che ho saputo, anche più di 700 ore all’anno quasi come quelle che faccio io adesso) e sono informati e preparati riguardo ai tanti aspetti ‘di contorno’.

Una grossa differenza rispetto a quello che facevo io all’epoca: negli anni Junior mi allenavo tra le 500 e le 550 ore e ancora non conoscevo nel dettaglio tutti gli aspetti da curare per sfruttare al massimo le mie doti da atleta.

 

Questo modo di vivere lo sci, super focalizzato al risultato già in tenera età, può essere una risorsa per loro oppure un pericolo, e a fare la differenza è la tenuta mentale. Come accade quasi sempre nello sport: senza la testa giusta rischi di affondare.

Parlando con loro e i loro tecnici ho avuto la sensazione che siano dei ragazzi svegli e pronti, assolutamente consapevoli dei propri obiettivi, del lavoro da fare per raggiungerli e del modo in cui questo lavoro va fatto.

 

Il super professionismo giovanile però ti toglie anche la possibilità di avere grossi margini di miglioramento in futuro e rischia, se non va di pari passo con un approccio positivo, di togliere un po’ di freschezza mentale e di cattiveria agonistica ai ragazzi.

Basta prendere il mio caso per farsi un’idea di che cosa intenda: la mia crescita è stata graduale e senza le difficoltà dei primi anni non sarei diventato un atleta così solido oggi. Ma al tempo stesso chi può dire che io non abbia ‘perso’ degli anni per strada, e risultati prestigiosi di conseguenza, proprio per essere diventato un vero professionista solo più avanti?

Lo sviluppo di ogni sciatore segue infatti un ritmo diverso, unico, non esiste una strada uguale per tutti e i grandi salti in avanti nell’approccio al lavoro li fai se sei il primo a capirne l’importanza e a volerli fortemente.

 

Quello che io posso offrire a questa nuova generazione, e che offrirò anche alle prossime ovviamente, è la mia esperienza, che può dare degli spunti di riflessione e di miglioramento. Perché comunque, a prescindere dal livello di preparazione di questi ragazzi, restano prima di tutto dei giovani uomini, con davanti difficoltà che stanno arrivando e sogni più lunghi dei loro sci.

 

Concludo quindi rivolgendomi a voi, giovani fondisti, di nazionale o di comitato, Under 20, Under 18 o Under 23:

 

“Prendete il massimo da ogni tecnico, tanto per cominciare. Anche io sono stato tirato su con il metodo del bastone e della carota, forse perché usarne solo uno dei due non basta.

Quindi imparate a ascoltare tutti gli allenatori con rispetto e cercate di incamerare tutto ciò che hanno da insegnare, perché, anche se in questa fase si tratta spesso di tecnici di transizione, sono tutti, chi più chi meno, grandi professionisti, alcuni anche ex campioni, che hanno visto crescere decine di atleti e che conoscono molto bene gli scogli che vi si piazzeranno davanti e potranno aiutarvi nel superarli.

 

Ascoltate i segnali che vi da il vostro corpo e iniziate a conoscerne i limiti, cercando anche di spingervici oltre (ma solo ogni tanto) perché è così che imparerete a capire quando servirà utilizzare l’acceleratore al massimo e quando no.

 

Imparate ad analizzare bene le prestazioni: siate capaci di non esaltarvi troppo dopo una vittoria ottenuta magari grazie a dei materiali superiori alla media e non deprimervi dopo una gara andata male magari per lo stesso motivo ma al contrario. È difficilissimo trovare l’equilibrio in queste valutazioni, ma per crescere è necessario farlo, perché dovete capire bene chi siete e soprattutto a che punto siete della vostra strada.

 

Non abbiate paura di sognare in grande. Più sono grandi e forti i sogni, più sarà lunga e dura la strada per raggiungerli, ma anche grande la motivazione che vi spingerà verso essi e la motivazione, si sa, è l’energia più grande di cui potete disporre non solo nello sport.

 

Infine mi rivolgo a chi è a Lahti, adesso. L’ultimo giorno, qualcuno di voi correrà la prima staffetta per l’Italia della carriera: è una gioia unica e un onore profondo. Regala il primo assaggio di un senso di appartenenza al Team che poi resta dentro. Sentite la responsabilità di rappresentare una Nazione e un movimento, in primis tutti coloro che il pass per il mondiale non sono riusciti a strapparlo, ma non fatevi schiacciare dalla pressione. L’unica cosa che conta è che a fine gara abbiate fatto il vostro meglio.

15 Gen

Quando nella week4 vi ho raccontato la Vittoria, di certo non avevo pensato che ciò implicava, prima o poi, di dover affrontare anche il tema della Sconfitta e visto che le gare di questo ultimo week end mi auguro di non ripeterle, credo che raccontarvi le sconfitte accusate sabato e domenica sia il modo giusto e magari unico per affrontare questo fastidiosissimo tema.

 

Vi avviso già che non entrerò nel merito della decisione della Giuria FIS di reputare il mio sorpasso ai danni di Gros come irregolare, che, come ho già detto ai media, a mio parere, rimane discutibile solo per il fatto che in casi analoghi la pena inflitta non sia stata così tanto penalizzante, anzi, a volte non sia stata neanche reputata necessaria.

 

Molto spesso è capitato di esser stato definito “falco” per la mia astuzia tattica e velocità nel saper cogliere i momenti giusti per andare a tutta, in alcuni casi addirittura staccando gli avversari. In questi giorni, a Dresda, invece, credo proprio di essere stato in più di una occasione un pollo. Sono il primo a dirlo ed il primo ad esserne rammaricato.

 

Ovviamente è importante per me riuscire sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno in queste situazioni, perché lasciarmi prendere dallo sconforto non può certo aiutare nel proseguo della stagione, anzi sarebbe un boomerang pericoloso.

Anche i weekend negativi vanno analizzati nel dettaglio, esattamente come faccio in quelli nei quali sono arrivato all’obiettivo programmato. Perché sul lungo periodo sono l’impostazione della gara e la tenuta mentale a fare la differenza e non il singolo risultato, che può essere imprevedibilmente positivo o negativo.

Certo rode di più dover ragionare a seguito di uno dei rarissimi fine settimana, per lo meno negli ultimi 5 anni, nei quali le cose sono andate veramente male rispetto alle mie aspettative.

 

Per cercare di spiegare l’approccio tattico alla gara di Dresda credo sia importante riflettere sul mio modo di affrontare la competizione in generale. Anche senza aprire troppi cassetti in una volta sola, visto che dedicherò una puntata intera in futuro al tema della tattica e rischieremmo di lasciare troppe cose in sospeso, spiegare come scelgo la condotta di una gara è importante per valutarne poi i risultati.

 

Il mio modo di correre di oggi è nato sicuramente in risposta alle delusioni dei primi anni in Coppa del Mondo. Mi capitava spesso di partire a tutta, di fare gara di testa dall’inizio alla fine ma di dovermi accontentare poi, in finale, solo di qualche piazzamento e molti sesti posti (o dodicesimi posti quando in finale non ci arrivavo proprio).

Succedeva perché fare gara di testa è molto dispendioso sia dal punto di vista fisico che da quello emotivo e nervoso. Così mi capitava spesso di arrivare in fondo senza birra a sufficienza per provare poi un attacco decisivo.

 

Queste batoste mi hanno spinto ad escogitare un personale approccio tattico alla gara  sfruttando appieno quella che a mio parere è la mia carta migliore: il cambio di ritmo.

 

Accendere la miccia in un preciso momento dunque fa parte del piano di gara ma non sempre tutto va come preventivato e basta un contatto, come quello di sabato a far crollare i piani e le valutazioni.

Certo condurre una gara di testa magari mi avrebbe permesso di avere a che fare con molte meno incognite e di arrivare comodamente alla partenza della finale, considerando anche che gambe e sci giravano alla perfezione (dopo 3 anni, avevo di nuovo fatto segnare il miglior tempo in qualifica). Però mi avrebbe anche tolto una quantità di energia tale da non poter poi provare a arrivare fino al primo posto, perché, tra gli elementi analizzati in funzione della tattica, c’era un forte vento in faccia nel primo lungo rettilineo che percorrevamo due volte e quindi restare coperti, per la prima parte di gara era la mia regola del giorno.

 

Perché quindi parlare di sconfitta se la tattica mi aveva portato, sul campo per lo meno, a passare i quarti di finale?

 

Perché se all’interno di una gara la mia Vittoria è il raggiungimento di un obiettivo preciso fisico e/o tattico, la Sconfitta è quando questo obiettivo non lo raggiungo. Rischiare così tanto nei quarti di finale ha reso palese che il momento dell’attacco decisivo l’ho cannato, prima sconfitta. Un pollo insomma, perché domenica poi, avevo tutte le carte in regola per salvare il weekend con una bella TeamSprint e, dopo che il mio fido compagno Noeckler aveva fatto il suo solito super lavoro, dandomi l’ultimo cambio praticamente in testa, di nuovo, ho ripetuto lo stesso errore: troppo in dietro e in mezzo ai casini nel momento decisivo. Pur avendo gambe e sci in grado di consentirmi tutt’altra tattica.

 

Doppia sconfitta dunque, e un boccone amarissimo da mandare giù. Un weekend che  appena dodici mesi fa mi aveva regalato una bellissima doppietta, quest’anno invece solo orecchie basse e parecchia tristezza.

 

Chiaramente è facile celebrare i vantaggi di una conduzione tattica a seguito di un buon risultato, mentre è più difficile mandar giù il boccone amaro quando qualche imprevisto si mette tra me e il bersaglio grosso. Ma è parte del processo: se voglio puntare al massimo devo essere pronto a mettere qualcosa sul piatto.

Ciò su cui è importante lavorare è la tenuta mentale, per impedire alla giornata no di lasciarmi troppe scorie mentali per le competizioni seguenti, cosa che non sono riuscito a fare tra sabato e domenica ma che in questi giorni, rientrato a casa, coccolato dalle torte di Greta e facendo i conti con me stesso raccontandovi questa sventura, già mi sembra di riuscire a fare.

 

Sbagliare può essere parte del processo, anche se lotto con tutte le mie forze, fianco a fianco con il team, perché questo accada il meno possibile, soprattutto nell’avvicinarsi delle competizioni più importanti.

 

Per concludere tiro fuori una perla che il ‘vecchio Rollo’ (Roland Clara) mi aveva raccontato un volta...

Una stagione è un po’ come la vita del lanciatore del peso: durante l’allenamento non lancia mica sempre nella direzione corretta, ma cerca di studiare tutti gli angoli possibili e immaginabili intorno alla traiettoria perfetta.

Un po’ a sinistra, poi un po’ a destra.

Tasta il terreno, raccoglie le sensazioni e studia le parabole, in modo da arrivare poi alla gara con tutte le informazioni necessarie per fare il miglior lancio in assoluto.

 

Ecco diciamo che il weekend di Dresda è stato il mio lancio nullo e che adesso devo rimettermi, da qui ai Mondiali, a provare quante più traiettorie possibili, per prepararmi al lancio perfetto.

8 Gen

Il finale del Tour de ski di quest’anno mi ha visto indossare i panni, per me un po’ insoliti, del commentatore televisivo e del tifoso. Per starmene in pianta stabile dietro al microfono è decisamente troppo presto, ma per sostenere i miei compagni di squadra durante le loro performance, beh per quello, è stata un’esperienza che mi è piaciuta molto.

 

Oggi provo a introdurvi nel mondo della Squadra Nazionale di Sci di Fondo, mi ci vorranno sicuramente più ‘puntate’ per poter addentrarmi in ogni singolo ruolo, e compagno/a, raccontandoveli con aneddoti e pregi che dall’esterno è molto difficile poter apprezzare. 

Ogni pezzo del puzzle è importante e deve incastrarsi perfettamente nel suo punto preciso, che sia atleta o tecnico di qualsiasi genere. Ovvio, il Team perfetto è sempre quello che ancora deve venire, perché si può sempre fare meglio, ma io sono il primo che crede in questo sistema e che ammette di non potersi assumere in toto gli onori di un risultato: tutti contribuiscono, e tutti sono da ringraziare per il lavoro svolto insieme fin dai primi giorni di maggio. 

 

Il nostro è un gruppo di lavoro molto compatto, che è riuscito nel corso delle ultime stagioni, a darsi una struttura molto funzionale, tale da permettere ad ogni atleta, a livello maschile almeno, di migliorare di anno in anno le proprie prestazioni individuali, chi più chi meno.

 

La struttura della squadra di oggi è frutto della riorganizzazione avvenuta dopo tre stagioni prive di successi malgrado il buon potenziale di cui ancora si disponeva, periodo culminato con l’Olimpiade di Sochi 2014 passando per i mondiali di Fiemme 2013, eventi in cui l’Italia del fondo purtroppo è rimasta a quota zero medaglie.

 

Gli anni a seguire hanno visto un ridimensionamento che ha portato con sé anche una grande ristrutturazione, al fine di creare una squadra unita, compatta e più efficiente.

 

Dopo qualche anno di difficoltà di gestione soprattutto a livello femminile, ad oggi il team è composto da 12 atleti, equamente divisi tra maschi e femmine, i primi gestiti dall’allenatore responsabile Stefano Saracco, le seconde da Simone Paredi. Ogni gruppo ha il proprio fisio (Petto e Stella) sempre aggregato e costantemente a disposizione degli atleti. Poi ci sono gli skiman, che a pieno organico sono 7, numero inferiore rispetto al passato, ma ben affiatati e grandi lavoratori, oltre ai due tecnici del laboratorio strutture di Lago di Tesero che però sono a disposizione di tutte le discipline nordiche.

 

La ‘nuova struttura’ della squadra del dopo Sochi, ha portato immediatamente i suoi frutti a livello maschile soprattutto al sottoscritto grazie ad un supporto diverso e più completo che ha permesso anche ai miei compagni, Defa in primis, di scalare le classifiche internazionali.

Da quest’anno abbiamo un Direttore tecnico che si occupa esclusivamente del fondo, Marco Selle, che assieme a Paolo Riva, che cura prevalentemente la logistica e i rapporti con gli uffici federali, consentono agli allenatori responsabili di occuparsi completamente dei propri atleti. Il gruppo medico è composto da un ematologo, un ortopedico e un medico dello sport. E poi i cuochi ‘a gettone’ che spesso ci seguono e ci consentono di alimentarci nel modo più opportuno.

 

Oggi tutto all’interno del team si muove con livelli di efficienza molto elevati, ad ognuno è assegnata infatti una mansione precisa e ben definita, rendendo così più semplice la vita all’atleta che può quasi unicamente permettersi di preoccuparsi solo di far girare le gambe. E basta.

Una squadra dove tutto tende a girare come un orologio è legata a doppio filo con il concetto chiave di: armonia. Filo doppio perché da un lato l’armonia è indispensabile per permettere agli ingranaggi di funzionare bene e dall’altro perché più sono efficaci i meccanismi e maggiore sarà l’armonia.

Diventa un circolo virtuoso nel quale stare bene insieme è il carburante di ogni cosa.

 

Il nostro sport è sicuramente molto particolare e ha caratteristiche uniche al mondo. Ci mette davanti, per esempio, alla pressione generata dall’opinione pubblica e chi la influenza, dai gruppi sportivi, dalla Federazione e, ovviamente, da noi stessi.

Allo stesso tempo però la nostra è anche una stagione che comprende molte pause dalle competizioni, soprattutto durante il periodo estivo di preparazione, e questo ci obbliga a condividere tantissime settimane l’un con l’altro senza lo sfogo della gara.

Se nel gruppo non ci fossero equilibrio e unione d’intenti sarebbe davvero difficile riuscire ad essere produttivi.

 

Oltre alla perfetta struttura del nostro staff e all’armonia di fondo che c’è tra gli atleti, ci pensano le qualità umane dei presenti a rendere il clima davvero piacevole. Quando condividi gran parte del tuo tempo extra gare con un gruppo di lavoro è necessario avere una buona dose di autoironia, e di questo l’allenatore Steo è un maestro, perché questo rende le giornate più leggere e produttive. Insomma: c’è poco posto per i permalosi in una squadra che funziona.

 

Lo sci di fondo infatti è uno sport individuale in teoria ma che necessita assolutamente di un team affiatato per essere affrontato al meglio.

Allenarsi da soli è possibile solo per brevissimi momenti durante la stagione, perché dopo poche sedute verrebbero a mancare i termini di paragone e gli stimoli dati dai compagni di avventura. Con i quali si condividono fatica e obbiettivi.

 

Gli altri azzurri sono sia miei compagni che miei avversari e questa è una condizione piuttosto unica nel panorama sportivo. Perché dalla loro presenza dipende parte della qualità del mio lavoro in settimana ma allo stesso tempo è facile finire fianco a fianco, a combattere durante le gare.

 

Il gruppo deve essere affiatatissimo soprattutto durante l’avvicinamento alle gare perché ogni atleta può mettere le proprie migliori qualità al servizio del lavoro degli altri.

A seconda della seduta proposta infatti, c’è sempre qualcuno di diverso che si mette a trainare il gruppo, utilizzando le proprie caratteristiche tecniche per aiutare gli altri a crescere in quell’aspetto specifico.

E così si genera una spirale positiva nella quale ognuno mette a disposizione di tutti il proprio meglio e prende dagli altri ciò che di ottimo hanno da offrire. Si trasforma una routine nella quale tutti diventano un pochino più forti dal punto di vista tecnico e un pochino più uniti dal punto di vista umano.

 

Siamo il “Nuovo corso del Fondo”, orfano, per varie ragioni degli atleti nati nella seconda metà degli anni ’80, più giovane e piccolo, se paragonato ad altre epoche o altre nazioni, ma intenzionato a dimostrare che possiamo competere senza scorciatoie con le più grandi, dando sempre il massimo, con la giusta armonia, con le porte aperte a chi lo merita a suon di risultati. Tutti sono ben accetti ma avvisati: le parole d’ordine sono Risate e Sudore, che sia chiaro.