22 Gen

In questi giorni si stanno svolgendo i Mondiali Junior (Under 20) e Under 23 a Lahti, in Finalndia. Come ogni anno, in questo periodo, riemergono i ricordi di quando li ho affrontati io, affacciandomi per la prima volta in carriera a competizioni di così alto livello e a un primo vero confronto internazionale. Colgo oggi l’occasione per affrontare una prima parte del tema ‘Giovani’, su cui molto spesso mi capita di ragionare con i compagni di squadra o gli allenatori, raccontandovi la mia crescita di quegli anni e qualche spunto di riflessione. Un tema che ho a cuore, perché so quanto quegli anni siano importanti per forgiare il carattere di un fondista.

So che molti ragazzi di quell’età leggono ciò che scrivo in #semplicementeChicco così come guardano i Vlog di Klaebo per trarre più insegnamenti possibile, ed è in primis a loro quindi che mi rivolgo oggi.

 

A lasciare le sensazioni più indelebili nella memoria di chi vi partecipa è quasi sempre il Mondiale Junior, che è l’evento intorno al quale ruota tutta la stagione degli atleti di categoria Under 20. Al mio secondo anno di questa importante categoria di transizione, nel 2010, ho raccolto in Germania il mio primo grande risultato internazionale: un bronzo nella sprint a tecnica libera. L’emozione di quella prima grande soddisfazione, non la scorderò mai.

 

Quella medaglia, quella prestazione, mi hanno presentato sul palcoscenico dello sci che conta e catapultato in un mondo completamente differente rispetto a quello in cui vivevo prima. Quando sono arrivato in nazionale junior non avrei neppure saputo mettere in ordine di importanza le principali competizioni: Coppa del Mondo, Tour de Ski, Olimpiadi e Mondiale.

 

Fino al primo Mondiale Junior il mio rapporto con la competizione in generale, e di conseguenza anche con lo sci, era diverso: più privato e meno ambizioso, più divertimento e meno risultati.

Forse perché ho un fratello maggiore di due anni e quindi, quando ci si sfidava in casa, che fosse di corsa, con i roller o sugli sci, ne uscivo sempre bastonato. O magari dipendeva dal mio rapporto con il calcio, prima passione giovanile: facevo l’attaccante e convivevo con la pressione del dover “fare gol” per non mandare all’aria il lavoro di tutti, quindi, sugli sci, del risultato cercavo di fregarmene, che tanto era solo mio nel bene e nel male.

E per questo la soddisfazione che derivava da un buon risultato finiva con l’essere sempre molto circoscritta.

Ma dopo la medaglia di Hinerzarten mi sono trovato come sparato in una dimensione completamente differente, un livello di attenzione e interesse tale da motivare un’ambizione nuova, feroce. Quell’ambizione che mi ha fatto trascorrere un periodo un po’ sopra le righe prima di diventare con il tempo quel professionista che cerco di raccontarvi tutte le settimane: focalizzato sul quieto vivere con l’obiettivo della vittoria.

 

Questo cambiamento e il ricordo di quelle prime emozioni fortissime sono alcune delle cose che mi fanno sentire profondamente legato al Mondiale Junior in generale, e sono anche il motivo per cui, in questo periodo dell’anno, il ricordo mi bussa dentro e mi riporta indietro con la memoria.

Tutta questa esperienza cerco poi di passarla alle nuove generazioni, provando a mettere sul piatto le cose che ho imparato, sperando che qualcuno riesca a farne buon uso.

Sabato scorso prima della sprint degli Junior, che tradizionalmente apre il Mondiale, ero al telefono con i ragazzi della nostra nazionale, con la nuova generazione, per dar loro qualche consiglio e fare il più sincero degli in bocca al lupo.

 

Rispetto alla mia generazione, questi ragazzi vivono già con una mentalità impostata verso il professionismo più completo. Si fanno un gran mazzo in allenamento (in termini di quantità, per quel che ho saputo, anche più di 700 ore all’anno quasi come quelle che faccio io adesso) e sono informati e preparati riguardo ai tanti aspetti ‘di contorno’.

Una grossa differenza rispetto a quello che facevo io all’epoca: negli anni Junior mi allenavo tra le 500 e le 550 ore e ancora non conoscevo nel dettaglio tutti gli aspetti da curare per sfruttare al massimo le mie doti da atleta.

 

Questo modo di vivere lo sci, super focalizzato al risultato già in tenera età, può essere una risorsa per loro oppure un pericolo, e a fare la differenza è la tenuta mentale. Come accade quasi sempre nello sport: senza la testa giusta rischi di affondare.

Parlando con loro e i loro tecnici ho avuto la sensazione che siano dei ragazzi svegli e pronti, assolutamente consapevoli dei propri obiettivi, del lavoro da fare per raggiungerli e del modo in cui questo lavoro va fatto.

 

Il super professionismo giovanile però ti toglie anche la possibilità di avere grossi margini di miglioramento in futuro e rischia, se non va di pari passo con un approccio positivo, di togliere un po’ di freschezza mentale e di cattiveria agonistica ai ragazzi.

Basta prendere il mio caso per farsi un’idea di che cosa intenda: la mia crescita è stata graduale e senza le difficoltà dei primi anni non sarei diventato un atleta così solido oggi. Ma al tempo stesso chi può dire che io non abbia ‘perso’ degli anni per strada, e risultati prestigiosi di conseguenza, proprio per essere diventato un vero professionista solo più avanti?

Lo sviluppo di ogni sciatore segue infatti un ritmo diverso, unico, non esiste una strada uguale per tutti e i grandi salti in avanti nell’approccio al lavoro li fai se sei il primo a capirne l’importanza e a volerli fortemente.

 

Quello che io posso offrire a questa nuova generazione, e che offrirò anche alle prossime ovviamente, è la mia esperienza, che può dare degli spunti di riflessione e di miglioramento. Perché comunque, a prescindere dal livello di preparazione di questi ragazzi, restano prima di tutto dei giovani uomini, con davanti difficoltà che stanno arrivando e sogni più lunghi dei loro sci.

 

Concludo quindi rivolgendomi a voi, giovani fondisti, di nazionale o di comitato, Under 20, Under 18 o Under 23:

 

“Prendete il massimo da ogni tecnico, tanto per cominciare. Anche io sono stato tirato su con il metodo del bastone e della carota, forse perché usarne solo uno dei due non basta.

Quindi imparate a ascoltare tutti gli allenatori con rispetto e cercate di incamerare tutto ciò che hanno da insegnare, perché, anche se in questa fase si tratta spesso di tecnici di transizione, sono tutti, chi più chi meno, grandi professionisti, alcuni anche ex campioni, che hanno visto crescere decine di atleti e che conoscono molto bene gli scogli che vi si piazzeranno davanti e potranno aiutarvi nel superarli.

 

Ascoltate i segnali che vi da il vostro corpo e iniziate a conoscerne i limiti, cercando anche di spingervici oltre (ma solo ogni tanto) perché è così che imparerete a capire quando servirà utilizzare l’acceleratore al massimo e quando no.

 

Imparate ad analizzare bene le prestazioni: siate capaci di non esaltarvi troppo dopo una vittoria ottenuta magari grazie a dei materiali superiori alla media e non deprimervi dopo una gara andata male magari per lo stesso motivo ma al contrario. È difficilissimo trovare l’equilibrio in queste valutazioni, ma per crescere è necessario farlo, perché dovete capire bene chi siete e soprattutto a che punto siete della vostra strada.

 

Non abbiate paura di sognare in grande. Più sono grandi e forti i sogni, più sarà lunga e dura la strada per raggiungerli, ma anche grande la motivazione che vi spingerà verso essi e la motivazione, si sa, è l’energia più grande di cui potete disporre non solo nello sport.

 

Infine mi rivolgo a chi è a Lahti, adesso. L’ultimo giorno, qualcuno di voi correrà la prima staffetta per l’Italia della carriera: è una gioia unica e un onore profondo. Regala il primo assaggio di un senso di appartenenza al Team che poi resta dentro. Sentite la responsabilità di rappresentare una Nazione e un movimento, in primis tutti coloro che il pass per il mondiale non sono riusciti a strapparlo, ma non fatevi schiacciare dalla pressione. L’unica cosa che conta è che a fine gara abbiate fatto il vostro meglio.

15 Gen

Quando nella week4 vi ho raccontato la Vittoria, di certo non avevo pensato che ciò implicava, prima o poi, di dover affrontare anche il tema della Sconfitta e visto che le gare di questo ultimo week end mi auguro di non ripeterle, credo che raccontarvi le sconfitte accusate sabato e domenica sia il modo giusto e magari unico per affrontare questo fastidiosissimo tema.

 

Vi avviso già che non entrerò nel merito della decisione della Giuria FIS di reputare il mio sorpasso ai danni di Gros come irregolare, che, come ho già detto ai media, a mio parere, rimane discutibile solo per il fatto che in casi analoghi la pena inflitta non sia stata così tanto penalizzante, anzi, a volte non sia stata neanche reputata necessaria.

 

Molto spesso è capitato di esser stato definito “falco” per la mia astuzia tattica e velocità nel saper cogliere i momenti giusti per andare a tutta, in alcuni casi addirittura staccando gli avversari. In questi giorni, a Dresda, invece, credo proprio di essere stato in più di una occasione un pollo. Sono il primo a dirlo ed il primo ad esserne rammaricato.

 

Ovviamente è importante per me riuscire sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno in queste situazioni, perché lasciarmi prendere dallo sconforto non può certo aiutare nel proseguo della stagione, anzi sarebbe un boomerang pericoloso.

Anche i weekend negativi vanno analizzati nel dettaglio, esattamente come faccio in quelli nei quali sono arrivato all’obiettivo programmato. Perché sul lungo periodo sono l’impostazione della gara e la tenuta mentale a fare la differenza e non il singolo risultato, che può essere imprevedibilmente positivo o negativo.

Certo rode di più dover ragionare a seguito di uno dei rarissimi fine settimana, per lo meno negli ultimi 5 anni, nei quali le cose sono andate veramente male rispetto alle mie aspettative.

 

Per cercare di spiegare l’approccio tattico alla gara di Dresda credo sia importante riflettere sul mio modo di affrontare la competizione in generale. Anche senza aprire troppi cassetti in una volta sola, visto che dedicherò una puntata intera in futuro al tema della tattica e rischieremmo di lasciare troppe cose in sospeso, spiegare come scelgo la condotta di una gara è importante per valutarne poi i risultati.

 

Il mio modo di correre di oggi è nato sicuramente in risposta alle delusioni dei primi anni in Coppa del Mondo. Mi capitava spesso di partire a tutta, di fare gara di testa dall’inizio alla fine ma di dovermi accontentare poi, in finale, solo di qualche piazzamento e molti sesti posti (o dodicesimi posti quando in finale non ci arrivavo proprio).

Succedeva perché fare gara di testa è molto dispendioso sia dal punto di vista fisico che da quello emotivo e nervoso. Così mi capitava spesso di arrivare in fondo senza birra a sufficienza per provare poi un attacco decisivo.

 

Queste batoste mi hanno spinto ad escogitare un personale approccio tattico alla gara  sfruttando appieno quella che a mio parere è la mia carta migliore: il cambio di ritmo.

 

Accendere la miccia in un preciso momento dunque fa parte del piano di gara ma non sempre tutto va come preventivato e basta un contatto, come quello di sabato a far crollare i piani e le valutazioni.

Certo condurre una gara di testa magari mi avrebbe permesso di avere a che fare con molte meno incognite e di arrivare comodamente alla partenza della finale, considerando anche che gambe e sci giravano alla perfezione (dopo 3 anni, avevo di nuovo fatto segnare il miglior tempo in qualifica). Però mi avrebbe anche tolto una quantità di energia tale da non poter poi provare a arrivare fino al primo posto, perché, tra gli elementi analizzati in funzione della tattica, c’era un forte vento in faccia nel primo lungo rettilineo che percorrevamo due volte e quindi restare coperti, per la prima parte di gara era la mia regola del giorno.

 

Perché quindi parlare di sconfitta se la tattica mi aveva portato, sul campo per lo meno, a passare i quarti di finale?

 

Perché se all’interno di una gara la mia Vittoria è il raggiungimento di un obiettivo preciso fisico e/o tattico, la Sconfitta è quando questo obiettivo non lo raggiungo. Rischiare così tanto nei quarti di finale ha reso palese che il momento dell’attacco decisivo l’ho cannato, prima sconfitta. Un pollo insomma, perché domenica poi, avevo tutte le carte in regola per salvare il weekend con una bella TeamSprint e, dopo che il mio fido compagno Noeckler aveva fatto il suo solito super lavoro, dandomi l’ultimo cambio praticamente in testa, di nuovo, ho ripetuto lo stesso errore: troppo in dietro e in mezzo ai casini nel momento decisivo. Pur avendo gambe e sci in grado di consentirmi tutt’altra tattica.

 

Doppia sconfitta dunque, e un boccone amarissimo da mandare giù. Un weekend che  appena dodici mesi fa mi aveva regalato una bellissima doppietta, quest’anno invece solo orecchie basse e parecchia tristezza.

 

Chiaramente è facile celebrare i vantaggi di una conduzione tattica a seguito di un buon risultato, mentre è più difficile mandar giù il boccone amaro quando qualche imprevisto si mette tra me e il bersaglio grosso. Ma è parte del processo: se voglio puntare al massimo devo essere pronto a mettere qualcosa sul piatto.

Ciò su cui è importante lavorare è la tenuta mentale, per impedire alla giornata no di lasciarmi troppe scorie mentali per le competizioni seguenti, cosa che non sono riuscito a fare tra sabato e domenica ma che in questi giorni, rientrato a casa, coccolato dalle torte di Greta e facendo i conti con me stesso raccontandovi questa sventura, già mi sembra di riuscire a fare.

 

Sbagliare può essere parte del processo, anche se lotto con tutte le mie forze, fianco a fianco con il team, perché questo accada il meno possibile, soprattutto nell’avvicinarsi delle competizioni più importanti.

 

Per concludere tiro fuori una perla che il ‘vecchio Rollo’ (Roland Clara) mi aveva raccontato un volta...

Una stagione è un po’ come la vita del lanciatore del peso: durante l’allenamento non lancia mica sempre nella direzione corretta, ma cerca di studiare tutti gli angoli possibili e immaginabili intorno alla traiettoria perfetta.

Un po’ a sinistra, poi un po’ a destra.

Tasta il terreno, raccoglie le sensazioni e studia le parabole, in modo da arrivare poi alla gara con tutte le informazioni necessarie per fare il miglior lancio in assoluto.

 

Ecco diciamo che il weekend di Dresda è stato il mio lancio nullo e che adesso devo rimettermi, da qui ai Mondiali, a provare quante più traiettorie possibili, per prepararmi al lancio perfetto.

8 Gen

Il finale del Tour de ski di quest’anno mi ha visto indossare i panni, per me un po’ insoliti, del commentatore televisivo e del tifoso. Per starmene in pianta stabile dietro al microfono è decisamente troppo presto, ma per sostenere i miei compagni di squadra durante le loro performance, beh per quello, è stata un’esperienza che mi è piaciuta molto.

 

Oggi provo a introdurvi nel mondo della Squadra Nazionale di Sci di Fondo, mi ci vorranno sicuramente più ‘puntate’ per poter addentrarmi in ogni singolo ruolo, e compagno/a, raccontandoveli con aneddoti e pregi che dall’esterno è molto difficile poter apprezzare. 

Ogni pezzo del puzzle è importante e deve incastrarsi perfettamente nel suo punto preciso, che sia atleta o tecnico di qualsiasi genere. Ovvio, il Team perfetto è sempre quello che ancora deve venire, perché si può sempre fare meglio, ma io sono il primo che crede in questo sistema e che ammette di non potersi assumere in toto gli onori di un risultato: tutti contribuiscono, e tutti sono da ringraziare per il lavoro svolto insieme fin dai primi giorni di maggio. 

 

Il nostro è un gruppo di lavoro molto compatto, che è riuscito nel corso delle ultime stagioni, a darsi una struttura molto funzionale, tale da permettere ad ogni atleta, a livello maschile almeno, di migliorare di anno in anno le proprie prestazioni individuali, chi più chi meno.

 

La struttura della squadra di oggi è frutto della riorganizzazione avvenuta dopo tre stagioni prive di successi malgrado il buon potenziale di cui ancora si disponeva, periodo culminato con l’Olimpiade di Sochi 2014 passando per i mondiali di Fiemme 2013, eventi in cui l’Italia del fondo purtroppo è rimasta a quota zero medaglie.

 

Gli anni a seguire hanno visto un ridimensionamento che ha portato con sé anche una grande ristrutturazione, al fine di creare una squadra unita, compatta e più efficiente.

 

Dopo qualche anno di difficoltà di gestione soprattutto a livello femminile, ad oggi il team è composto da 12 atleti, equamente divisi tra maschi e femmine, i primi gestiti dall’allenatore responsabile Stefano Saracco, le seconde da Simone Paredi. Ogni gruppo ha il proprio fisio (Petto e Stella) sempre aggregato e costantemente a disposizione degli atleti. Poi ci sono gli skiman, che a pieno organico sono 7, numero inferiore rispetto al passato, ma ben affiatati e grandi lavoratori, oltre ai due tecnici del laboratorio strutture di Lago di Tesero che però sono a disposizione di tutte le discipline nordiche.

 

La ‘nuova struttura’ della squadra del dopo Sochi, ha portato immediatamente i suoi frutti a livello maschile soprattutto al sottoscritto grazie ad un supporto diverso e più completo che ha permesso anche ai miei compagni, Defa in primis, di scalare le classifiche internazionali.

Da quest’anno abbiamo un Direttore tecnico che si occupa esclusivamente del fondo, Marco Selle, che assieme a Paolo Riva, che cura prevalentemente la logistica e i rapporti con gli uffici federali, consentono agli allenatori responsabili di occuparsi completamente dei propri atleti. Il gruppo medico è composto da un ematologo, un ortopedico e un medico dello sport. E poi i cuochi ‘a gettone’ che spesso ci seguono e ci consentono di alimentarci nel modo più opportuno.

 

Oggi tutto all’interno del team si muove con livelli di efficienza molto elevati, ad ognuno è assegnata infatti una mansione precisa e ben definita, rendendo così più semplice la vita all’atleta che può quasi unicamente permettersi di preoccuparsi solo di far girare le gambe. E basta.

Una squadra dove tutto tende a girare come un orologio è legata a doppio filo con il concetto chiave di: armonia. Filo doppio perché da un lato l’armonia è indispensabile per permettere agli ingranaggi di funzionare bene e dall’altro perché più sono efficaci i meccanismi e maggiore sarà l’armonia.

Diventa un circolo virtuoso nel quale stare bene insieme è il carburante di ogni cosa.

 

Il nostro sport è sicuramente molto particolare e ha caratteristiche uniche al mondo. Ci mette davanti, per esempio, alla pressione generata dall’opinione pubblica e chi la influenza, dai gruppi sportivi, dalla Federazione e, ovviamente, da noi stessi.

Allo stesso tempo però la nostra è anche una stagione che comprende molte pause dalle competizioni, soprattutto durante il periodo estivo di preparazione, e questo ci obbliga a condividere tantissime settimane l’un con l’altro senza lo sfogo della gara.

Se nel gruppo non ci fossero equilibrio e unione d’intenti sarebbe davvero difficile riuscire ad essere produttivi.

 

Oltre alla perfetta struttura del nostro staff e all’armonia di fondo che c’è tra gli atleti, ci pensano le qualità umane dei presenti a rendere il clima davvero piacevole. Quando condividi gran parte del tuo tempo extra gare con un gruppo di lavoro è necessario avere una buona dose di autoironia, e di questo l’allenatore Steo è un maestro, perché questo rende le giornate più leggere e produttive. Insomma: c’è poco posto per i permalosi in una squadra che funziona.

 

Lo sci di fondo infatti è uno sport individuale in teoria ma che necessita assolutamente di un team affiatato per essere affrontato al meglio.

Allenarsi da soli è possibile solo per brevissimi momenti durante la stagione, perché dopo poche sedute verrebbero a mancare i termini di paragone e gli stimoli dati dai compagni di avventura. Con i quali si condividono fatica e obbiettivi.

 

Gli altri azzurri sono sia miei compagni che miei avversari e questa è una condizione piuttosto unica nel panorama sportivo. Perché dalla loro presenza dipende parte della qualità del mio lavoro in settimana ma allo stesso tempo è facile finire fianco a fianco, a combattere durante le gare.

 

Il gruppo deve essere affiatatissimo soprattutto durante l’avvicinamento alle gare perché ogni atleta può mettere le proprie migliori qualità al servizio del lavoro degli altri.

A seconda della seduta proposta infatti, c’è sempre qualcuno di diverso che si mette a trainare il gruppo, utilizzando le proprie caratteristiche tecniche per aiutare gli altri a crescere in quell’aspetto specifico.

E così si genera una spirale positiva nella quale ognuno mette a disposizione di tutti il proprio meglio e prende dagli altri ciò che di ottimo hanno da offrire. Si trasforma una routine nella quale tutti diventano un pochino più forti dal punto di vista tecnico e un pochino più uniti dal punto di vista umano.

 

Siamo il “Nuovo corso del Fondo”, orfano, per varie ragioni degli atleti nati nella seconda metà degli anni ’80, più giovane e piccolo, se paragonato ad altre epoche o altre nazioni, ma intenzionato a dimostrare che possiamo competere senza scorciatoie con le più grandi, dando sempre il massimo, con la giusta armonia, con le porte aperte a chi lo merita a suon di risultati. Tutti sono ben accetti ma avvisati: le parole d’ordine sono Risate e Sudore, che sia chiaro.

2 Gen

Primo gennaio, giorno numero uno del nuovo anno.

Spesso ci si alza tardi perché i festeggiamenti del 31 sono andati per le lunghe, fino all’alba in compagnia dei propri cari. Magari si scalda qualche avanzo del cenone e ci si piazza sul divano davanti alla televisione. Un momento da condividere con la famiglia, tra le mura di casa, anche per coloro che di solito approfittano di ogni momento di luce per mettersi gli sci ai piedi.

Questo è uno dei motivi extra per cui mi piace la sprint di Capodanno, che è capitata ieri per la terza volta in questa data, dentro il programma del Tour de ski.

 

Il Tour de ski è un evento unico e spettacolare, incastrato dentro ad una stagione già di per sé dura e dispendiosa. L’idea alla base è quella di riproporre in piccolo un format rubato al mondo del ciclismo: un tour, o un giro per dirla all’italiana, nel quale le tappe che lo compongono valgono sia come manifestazione a sé, sia come Coppa del Mondo.

Sono circa dieci giorni di gare in diverse località, da portare a termine sempre entro un tempo massimo e se ne salti una, sei fuori. In ogni singola “tappa” i punti che riesci a raccogliere non valgono come una normale gara di Coppa, ma la metà, mentre il bottino finale è il punteggio di Coppa del Mondo moltiplicato per quattro, discorso analogo vale per il montepremi.

 

Giusto per rendere la competizione ancora più tosta, il Tour finisce con la devastante Final Climb a tecnica libera del Cermis. 9 chilometri, che arrivano al termine dei giorni più pesanti dell’anno, di cui tre e mezzo di salita percorrendo al contrario la pista di sci alpino, con picchi che superano il 30% di dislivello. È un’ascesa davvero devastante, piazzata proprio all’ultimo giorno, dalla quale gli atleti escono sempre distrutti come testimonia il modo in cui tutti si accasciano al suolo, stremati, dopo aver passato il traguardo.

 

Dentro ad una stagione durissima (per chi ha il fisico per permettersi di svolgerla in toto), i giorni adrenalinici ed esaltanti del Tour, sono la ciliegina sulla torta a livello di spesa fisica e mentale, ma costituiscono anche una vetrina magnifica per il nostro sport, portandolo dentro alle case di milioni di persone proprio durante le feste.

 

Il Tour del 2019 è un po’ più snello rispetto ai precedenti, anche perché la tendenza di molti campioni nelle ultime stagioni è stata quella di non presentarsi proprio ai banchi di partenza, rinunciando alla ghiotta possibilità di raccogliere punti quadruplicati ma risparmiando anche preziose energie in vista dei mondiali o delle olimpiadi.

In molti di recente, quindi non hanno proprio preso parte all’evento, preferendo centellinare le energie e fare i calcoli sulle altre gare nel tentativo di vincere la Coppa generale. Come Klaebo nel 2018, l’unico finora capace di portarsi a casa la Coppa del Mondo saltando il Tour.

 

In effetti il Tour de ski non può essere preso alla leggera e il rischio, se la condizione o la programmazione non sono perfette, è quello di trascinarti dietro la stanchezza per intere settimane finendo magari di compromettere il resto della stagione.

 

Per cui quest’anno l’organizzazione ha previsto qualche tappa in meno e questo rendeva l’edizione 2019 quella più congeniale alle mie caratteristiche per provare a portarlo a termine per la prima volta in carriera. “Solo” quattro 15 chilometri di cui una a cronometro e una a inseguimento a skating e due Mass Start in Tecnica Classica, oltre a due sprint skating e il finale del Cermis.

 

Nonostante mi portassi ancora dietro qualche dolore alla schiena ormai da metà dicembre, il mio Tour era partito con delle belle prestazioni dal punto di vista tecnico e atletico.

Nella prima sprint, a Dobbiaco, sono arrivato settimo, uscendo in semifinale per tre miseri centesimi dopo un arrivo al fotofinish con Klaebo e Chanavat, in una gara condotta comunque molto bene dal punto di vista tattico.

Nella 15 km, sempre a Dobbiaco, mi sono difeso e sfruttando un bel treno ho terminato la gara in un buon tempo risparmiando energie per la seconda sprint.

Mi sono così approcciato alla seconda sprint, quella di Val Muestair, con sensazioni ottime, convintissimo di poter combattere per vincerla.

Tutto in gara sembrava andare come da previsioni e la mia condotta tattica prevedeva un attacco finale a Klaebo, che aveva preso la testa del gruppo circa a metà della finale. Ma proprio sul più bello, nell’ultimo scollinamento in un contatto con Ustiugov ho rotto la papera del bastoncino sinistro. Per cui quando provavo a spingere, il bastone invece che far presa sulla neve ci affondavo dentro.

Nonostante il tentativo dello staff di farmi cambiare il bastoncino, la frittata era fatta e sono stato costretto a difendere con successo il secondo posto senza poter attaccare il primo posto del norvegese.

 

Per cui, nonostante i due risultati siano positivi e le gambe stiano girando alla perfezione, un po’ d’amaro in bocca mi rimane perché sento che avrei potuto raccogliere un qualcosina di più in entrambe le mie gare sprint.

 

Il mio Tour de ski, purtroppo, si è fermato in Val Muestair.

Continuo a pensare che prima o poi ne porterò uno a termine, fino al Cermis, ma finchè il calendario manterrà questa struttura rimarrà un’opzione secondaria per me. Ogni anno infatti nel weekend successivo all’ultima tappa del Tour c’è il weekend degli sprinter con una Sprint e una TeamSprint, un appuntamento chiave della mia stagione, al quale tra l’altro quest’anno mi presenterò da vincitore in carica. Voglio difendere la doppietta dell’anno scorso e diventerebbe un’impresa ai limiti dell’impossibile farlo dopo aver completato tutto il Tour.

 

Bisogna mantenersi freschi di gambe e lucidi di testa nel programmare le gare di una stagione, cercando di non perdere mai di vista l’obiettivo finale, anche se questo mi obbliga a rinunciare ad alcune delle uscite più spettacolari del circuito.

 

È sempre un rammarico lasciare il Tour, ma mi basta vedere l’incredibile sforzo che i fisioterapisti, i tecnici e gli skimen portano a termine, per sentirmi comunque al loro fianco in questa impresa titanica.

Per dieci giorni a spasso sulle Alpi intasate dal traffico dei turisti, preoccupati di far girare le gambe degli atleti come orologi svizzeri in mezzo a trasferte lunghe e competizioni durissime. Gli staff vivono il Tour come una vera e propria odissea, capace di regalare ogni anno una soddisfazione intensa quasi quanto quella che si prova al termine di un Mondiale o di un’Olimpiade, una volta ultimato. Una gratificazione massima per aver portato a termine uno degli eventi più duri di tutto il panorama degli sport invernali.

 

Un evento spettacolare, che presto o tardi, porterò a compimento anche io, ma ora come ora le mie priorità sono altre, da andare a prendermi un pezzetto alla volta. Continuo a preferire il “poco e bene” al “tanto e meno bene”, soprattutto se nelle mie sprint continuo a lottare per la vittoria.

27 Dic

Smaltiti cena e pranzo di Natale, sono di nuovo qui a raccontarvi qualcosa di mio sperando che mi perdoniate l’uscita posticipata della week 7. Oggi vi racconto di un luogo per me molto importante dove sono riuscito a trascorrere qualche giorno della scorsa settimana e come capirete leggendo ad avere il tempo per raccontarvelo al meglio…

 

L’altra sera ero in casa, dentro il piccolo chalet che io e Greta abbiamo acquistato qualche anno fa, ed ero titubante su cosa preparare da mangiare per cena, non riuscendo a trovare chissà quale spunto visto che Greta, la mia cuoca preferita, non era a casa con me essendo via a fare delle gare.

Fuori era già buio e l’orario mi consigliava di restare in casa al calduccio. Ho alzato il telefono e ho chiamato Dario per sentire se si trovasse al rifugio oppure no.

“Dai che ti aspetto!” la risposta.

Ho messo gli sci, montato il frontalino sulla testa e sono partito in direzione del fondo della valle, direzione Rifugio Magià. La luna era talmente luminosa da permettermi di spegnere la luce artificiale, per riuscire a godermi appieno i colori naturali dello spettacolare ambiente che mi circondava: natura selvaggia imbiancata di neve.

Dopo una mezzoretta di sci lungo la direttissima sono arrivato al rifugio e lì già mi aspettava un bel piatto caldo di polenta e carbonada. La situazione era perfetta per rimanere ancora un poco per fare due chiacchiere e per una partita a belote, un gioco di carte valdostano a cui difficilmente so rinunciare, e poi via, di nuovo sulla neve, per il ritorno verso casa.

 

È il racconto di una di quel tipo di serate che mi piace proprio tanto godermi, perché mi aiutano a ricaricare le pile e a ritrovare il mio equilibrio: sono le mie notti a Saint-Barthélemy.

 

Il mio legame con questa terra, con questi monti, è profondissimo.

Anche se Saint-Barthélemy non è un comune a sé, e le sue frazioni fanno parte di quello di Nus, io dico sempre che è da quì che provengo. Che è quì che sono nato. Qualcosa di radicato dentro mi unisce a questi luoghi, che tanto hanno significato per la mia famiglia da generazioni, fin da quando mi ci portavano i nonni. È una valle, questa, particolarmente isolata e unica nel suo genere. In soli 18 chilometri di salita si passa dai 500 metri sul livello del mare di Nus, dove sono cresciuto e ho sempre il piacere di fermarmi a trovare il nonno e la mia famiglia, agli oltre 1600 di Lignan (il capoluogo), in un ambiente incontaminato ed esclusivo, rimasto fuori dai circuiti del turismo di massa, anche se la crescita degli amanti della sua tranquillità è in aumento.

 

Questo è il mio personalissimo pezzetto di paradiso terrestre, dal quale è impossibile staccarmi definitivamente, anche ora che la mia vita e i miei impegni mi costringono ad avere un’agenda fitta e molto rigida, molto spesso lontano da casa.

Qualche anno fa, appena si è presentata l’occasione, io e Greta abbiamo comprato un piccolo chalet appena ristrutturato e da quel giorno lo abbiamo trasformato nel nostro rifugio personale, dove venire per riconnetterci alla terra e alle radici del nostro sport d’inverno e allenarci sempre ‘fuori dal mondo’ anche d’estate.

Siamo anche diventati amici del vecchio proprietario di casa, e dei nostri vicini, e che, ogni volta che torno quì, sono sempre felice di ritrovare. Andare a cena da Luca, per esempio, significa tornare a gustarmi quelle specialità che per me vogliono dire casa già dalla prima annusata. Quei piatti che durante i mesi lontano da lì mi mancano e di cui basta un boccone per farmi tornare indietro nel tempo: selvaggina, il brodo, i risotti, qualche pezzetto di Fontina... accompagnati da un bicchiere di buon vino rosso, che si gusta ancora meglio se a farci compagnia ci sono anche gli amici del posto. Qui qualche ‘trasgressione’ in più a tavola me la concedo, ne giova sicuramente lo spirito.

 

Riposare e rilassarsi viene più facile in un posto del genere ovviamente. Anche grazie all’incredibile generosità della natura, che ha baciato in fronte questa valle.

Le case e le stalle che si possono incontrare sono abitate solo d’estate quando centinaia di mucche la popolano per trascorrere il periodo d’alpeggio. Questo permette alla vista di potersi godere gli ampi paesaggi dei pascoli che si aprono tra i boschi. Da dove lasci l’auto in sù tutto quello che incontri è natura libera, che in questa stagione esprime ancor di più delle potenzialità portentose e che amo.

Certo anche l’estate qui è spettacolare e le attività che è possibile fare sono molteplici, soprattutto in funzione dell’allenamento vario della preparazione estiva allo sci di fondo, ma l’inverno offre ai suoi ospiti colori unici e una pista turistica davvero magnifica.

Trenta chilometri di pista che si intrecciano con i sentieri del sottobosco, illuminati dal sole dalle 9 del mattino fino alle quattro del pomeriggio a dicembre: una rarità e una fortuna.

Il tracciato offre dei punti talmente panoramici che io, pur conoscendoli a memoria, pianifico le mie soste per bere durante gli allenamenti apposta per gustarmi gli angoli che preferisco della valle. E che si tratti di un posto speciale non sembro pensarlo solo io visto che quì troneggia anche un importante osservatorio astronomico.

 

Anche qui ovviamente le giornate sono vissute in funzione degli allenamenti, ma oltre all’allenamento e al riposo, riesco a passare del tempo con gli amici, riesco a leggere e, inoltre, riesco anche a ritrovare per un po’ il vero sci di fondo.

 

Perché le gare e le competizioni di certo sono una faccia importante della medaglia, ma la base di questo straordinario sport è il piacere di perdersi in un bosco con degli sci ai piedi, è la possibilità di godere di panorami unici in una natura nuda e cruda ed è l’occasione di avere in cambio come ricompensa solo della dolcissima fatica.

18 Dic

Ogni promessa è debito, si dice, e domenica sera ho avuto l’occasione di mantenerne una che avevo preso diversi mesi fa.

Dopo la medaglia d’argento di Pyeongchang, infatti, Fabio Fazio mi aveva invitato negli studi di “Che tempo che fa” per parlare delle Olimpiadi invernali appena concluse e per portare l’argento in trasmissione.

Purtroppo o per fortuna, le settimane immediatamente seguenti alla rassegna coreana hanno avuto un calendario talmente fitto di impegni da impedirmi di trovare il tempo per andarlo a trovare, e mi sono dovuto limitare alla promessa che, presto o tardi, sarei tornato.

 

Dopo la vittoria di quest’anno a Lillehammer si è presentata di nuovo l’occasione. Da un semplice scambio di messaggi di complimenti ricevuti da Fabio e dagli autori, siamo riusciti ad organizzare la mia molto gradita visita al programma alla puntata di domenica.

A dire il vero, vista la vicenda della caduta nel parcheggio di due settimane fa, per un attimo ho temuto che, oltre alla mia adorata gara di Davos avrei dovuto rinunciare anche a questo, ma per fortuna tutto è andato per il meglio, in pista e fuori.

La botta, come sapete, si è perfettamente riassorbita e sabato ho raccolto un secondo posto su un anello che continua a riservarmi grandissime soddisfazioni. Certo: avrei preferito vincere e sentivo anche di avere nel motore giri a sufficienza per riuscirci, purtroppo però mi sono dovuto accontentare della piazza d’onore, comunque molto prestigiosa, dietro a un non troppo imbattibile ma più forte Klaebo.

In ogni caso a Davos, dopo aver visto che lo sforzo per la sprint non aveva minimamente infastidito la schiena, ho deciso sia di confermare la presenza per la 15 chilometri sia di rispondere finalmente presente all’invito di Fazio.

 

La giornata di domenica è stata, come sempre, studiata nei minimi particolari per permettermi di intervenire in trasmissione ottimizzando comunque al massimo il tempo per recuperare dalle fatiche del weekend di gare. Fermarmi a Milano non avrebbe dovuto compromettere troppe ore di importante riposo in vista delle prossime fatiche. E così è stato.

 

Essere ospiti di Fabio devo dire che è sempre un piacere e sto anche cominciando a farci un po’ l’abitudine vista che questa era la mia quarta apparizione. Mi ricordo ancora quanto fossi teso alla mia prima volta in quello studio: sapere che milioni di italiani sono davanti al teleschermo e che tu, essendo in diretta, non puoi sbagliare nulla, può far venire un po’ di sana tremarella.

So che durante le dirette delle nostre gare, sommando tutti gli spettatori provenienti dai diversi Stati collegati, si supera abbondantemente quel numero, ma un conto è esprimersi a parole e un altro farlo attraverso i miei tanto amati attrezzi del mestiere: gli sci. Si può dire che lo sport sia un linguaggio universale e mi è più facile farmi capire utilizzando quello.

 

Ed è proprio qui che entra in gioco la capacità di Fabio di mettere chiunque a proprio agio, permettendo a tutti di sentirsi comodi nei panni degli ospiti, visto che lui riesce sempre a dimostrarsi un padrone di casa attento ed aggiornato.

 

A telecamere spente, per esempio, durante i pochi spazi vuoti della trasmissione, che è rigorosamente in diretta, mi capita spesso di fermarmi a discutere con lui delle mie montagne e devo riconoscere che è davvero molto competente.

Segue le gare, è aggiornato sugli ultimi risultati e sugli avversari più temibili. È inoltre un profondo conoscitore della mia terra, al punto che, nel 2016, la mia regione l’ha insignito del titolo di Ami de la Vallèe d’Aoste. Titolo decisamente meritato visto che da anni trascorre le vacanze a Cogne (che quest’anno torna ad ospitare una tappa della Coppa del Mondo) e si è appassionato di alpinismo. Ha persino raggiunto la cima del Monte Bianco.

 

Una delle sue grandi doti quindi è proprio questa: la capacità di entrare con tutti in confidenza, dimostrando anche un sincero interesse per le singole attività dei propri ospiti. Al tavolo può capitare di essere seduti con degli attori, degli scrittori o dei professionisti della tv, ognuno con la propria esperienza e il proprio vissuto, ma sono la capacità e la cordialità di Fabio a far sentire tutti come se fossero al bar a chiacchierare davanti ad una birra piuttosto che in diretta nazionale.

A quel tavolo mi sono sentito perfettamente a mio agio anche nei panni dell’atleta, con la tuta del gruppo sportivo delle Fiamme Oro, perché è il padrone di casa a prendersi cura della comodità dei suoi ospiti.

 

Aldilà della soddisfazione personale e dell’emozione di comparire in un programma tanto seguito ed amato, una delle cose che più mi piace di questo genere di interventi è la possibilità che mi offrono di iniziare a sdebitarmi con il mondo dello sci di fondo, almeno un pochino.

Durante una stagione infatti si rilasciano moltissime dichiarazioni e la maggior parte di queste vengono consegnate ai microfoni delle testate giornalistiche che seguono la nostra disciplina. È normale che sia così.

Per questo il pubblico a cui ho la fortuna di rivolgermi è quasi sempre fatto di grandi appassionati e di conoscitori del mondo della neve.

 

Ma quando capita l’occasione di parlare ad un pubblico più ampio, che magari comprende anche chi con la neve non ha nulla a che fare, allora ecco che io riesco a viverla come una grande occasione di ringraziamento nei confronti del mio sport.

Portare nelle case di coloro che alla neve non sono appassionati un pezzetto dello sci di fondo, anche solo per il tempo di una piccola clip celebrativa, è un motivo di grandissimo orgoglio ed è a tutti gli effetti, insieme all’andar forte in gara, la migliore maniera che ho per restituire qualcosa allo sci.

 

Dico restituire perché a me lo sci da tantissimo ogni giorno permettendomi di vivere la mia quotidianità concentrato unicamente sulla mia grande passione.

Una passione talmente grande da essere diventata anche un mestiere.

E per me avere un angolo di palcoscenico dal quale far conoscere e apprezzare lo sci nelle case di chi ancora non lo conosce o non lo apprezza abbastanza è davvero un gran piacere.

4 Dic

Passare per primo il traguardo e vincere per me non sono sempre sinonimi, anzi.

So che può suonare strano, ma la Mia vittoria è, dentro ad ogni gara, il raggiungimento di un obiettivo preciso. E non sempre questo coincide con il battere tutti gli avversari.

Prendiamo per esempio la vittoria più recente, quella di venerdì, a Lillehammer: ciò che mi ha reso davvero soddisfatto è stato il riuscire a portare a termine tutte le cose che avevo programmato di fare, al mio massimo possibile. Motivo per cui, se anche sull’ultimo rettilineo mi avessero raggiunto e superato, io mi sarei comunque ritenuto soddisfatto. In Norvegia non avevo mai vinto una gara, anzi non ero mai andato nemmeno a podio, e su quella pista, complice anche il fatto che negli ultimi due anni l’abbiamo affrontata a tecnica classica, non avevo mai neppure passato un quarto di finale. A questo devo aggiungere che nel mio piano-gara avevo programmato un attacco un po’ anticipato sui tempi, nel caso in cui fossi arrivato in finale e si fosse creata l’opportunità. Il perché? Ogni tanto, soprattutto a inizio stagione quando non ho ancora ben chiaro quale sia il mio livello di condizione, sento il bisogno di testarmi anche in fondamentali diversi da quelli che so essere i miei pezzi forti, come, ovviamente, lo sprint sul rettilineo finale.

Per cui io venerdì, quando mi sono affacciato sugli ultimi 300 metri, ero già pienamente felice di come avevo condotto la finale e più in generale di come avevo gestito tutta la gara: avevo già vinto. Poi è chiaro che tagliare anche il traguardo prima di tutti gli altri offre un bonus inatteso di gioia e soddisfazione, che diventa persino orgoglio, perché esce dai confini del mio gruppo di lavoro e travolge molte più persone.

Ogni weekend infatti viene preparato meticolosamente e all’interno del mio team, che comprende l’allenatore, gli skimen, il fisio, Greta,… tutti si fidano delle mie scelte perché sanno che i miei obiettivi sono sempre molto chiari, e molto spesso li condivido con loro (a volte ne parliamo a tavola anche con i compagni di squadra). Come impostare la gara, dove attaccare, quali feedback desidero ottenere dalla mia prestazione. Rimanere dentro al piano è la mia vittoria, e di queste vittorie cerco sempre di non saltarne nemmeno una, ovviamente non solo in gara, ma anche in allenamento, fin da quelli di fine aprile. Quando capita poi che a questa vittoria coincida anche arrivare primo allora tutto si trasforma, perché quante persone si riescono a rendere felici per un risultato del genere? Migliaia: tutti gli appassionati, i tifosi di mezzo mondo, gli italiani che si erano messi davanti alla televisione pure senza conoscere profondamente lo sci, ma attirati soltanto dalla presenza di un italiano in finale. Arrivare primo significa aiutare tutto il movimento e di questo, quando capita, sono fiero. La differenza tra una vittoria solo mia e del mio team e una vittoria per tutti è veramente enorme, ma è un compito importante non permettere all’euforia di spostare il mio equilibrio, che rimane sempre impostato e tarato sugli obiettivi tecnici e fisici.

Anche se devo dire che lasciarsi andare alla gioia per qualche ora è gratificante come pochissime altre cose nello sport. I momenti che seguono una vittoria, o meglio, un primo posto, me li godo proprio: l’abbraccio con i tecnici, il bacio a Greta, il defaticamento, la conferenza stampa, l’antidoping, il pasto dal cuoco che aspetta a casa il mio rientro, l’analisi con i compagni e infine, la doccia. L’ho detto spesso ai giornalisti, quello è il momento che più mi godo dopo un grande risultato. Dopo aver ringraziato tutti, mi ritrovo solo io, nudo e crudo, come mamma mi ha fatto, esattamente lo stesso che fino a qualche ora prima era lì sull’ultima salita a saltare, e a far saltare i tifosi sui divani. Bravo Chicco, ti meriti una pacca sulla spalla.

 

C’è però un altro aspetto che vi voglio raccontare, un po a giustificare la mia visione pessimistica dei giorni e delle ore che precedono una gara, quando molto spesso i miei compagni di squadra mi prendono in giro, e come non comprenderli nel momento in cui arriva la mia classica frase “questa volta sarà già dura anche solo qualificarmi”…

Nella semifinale di venerdì, sommando le vittorie dei sei partenti si arrivava, incluso me, a 45 vittorie in Coppa del Mondo: un’enormità. Significa che il gruppo dei partenti era veramente di primissimo livello, diciamo già da finale, ma questo invece che deprimermi ha avuto l’effetto di incentivare la mia cattiveria agonistica. Il mio approccio alla gara funziona proprio così: sento la necessità di essere “nascosto” in mezzo agli altri, sfavorito dalla qualità degli avversari e dalle condizioni avverse. Nelle ore precedenti alla gara il sommarsi di tutte le componenti negative dell’appuntamento servono ad abbattere le mie chance ipotetiche di vittoria, abbassando la percentuale il più in basso possibile. Ci metto dentro di tutto: dalla neve fresca che non mi permetterebbe di esprimere al meglio tutta la mia potenza (come dicevano prima del Mondiale del 2017), le sensazioni fisiche, la pista che non mi è congeniale, lo stato di forma eccellente degli avversari migliori. Poi, quando ho abbattuto per bene nella mia testa le chance di vittoria, quando inizio a sentirmi davvero sfavorito, in quel preciso momento lì, a pochi minuti dallo start, parte la scalata verso le proiezioni positive. Mi sfido e mi concentro a vedere solo il buono. In tutto. A volte mi obbligo a farlo. Mi ripeto che le gambe inizieranno a girare proprio al momento della partenza, che la temperatura è perfetta, che la pista mi è congeniale. Nella mia testa le percentuali di possibile successo cominciano a salire, vedo un po’ di luce in un tunnel che mi sembrava completamente al buio, e appena mi accorgo che invece c’è margine: quello è il momento in cui mi ci butto dentro, dritto per dritto, e senza tentennamenti.

 

È questa la maniera in cui riesco a tenere la mia mente sotto pressione costante, una pressione negativa che mi permette di sentirmi nei panni dello sfavorito che parte dalle retrovie, ma allo stesso tempo è attraverso questo meccanismo che percepisco le mie possibilità crescere mano a mano che mi avvicino alla gara. E questo mi gasa, proprio nel momento giusto. Non sono mai deluso dalla gara, o sorpreso dalle cose che non vanno, ma piuttosto sono colpito delle cose positive e da esse traggo sempre un surplus di energia.

 

Tutto questo rientra in quello che mi piace definire come Il mio Metodo: un approccio alla competizione che mi permette di sfruttare le mie caratteristiche non solo fisiche, ma anche mentali e psicologiche, perché conoscersi è il primo passo per la costruzione di risultati importanti.

 

E devo dire che mettere per iscritto questi ragionamenti non è facile, ma grazie a #semplicementeChicco mi sto divertendo un sacco.

27 Nov

È ufficialmente negli archivi il primo weekend di gare di questa nuova stagione ed io sono finalmente tornato ad assaporare quella sensazione unica che solo la competizione riesce a regalarmi.

Devo dire di essermelo proprio goduto questo rientro in pista, anche oltre quello che avrei pensato: non riuscivo pienamente a rendermi conto di quanto mi fosse mancato durante il periodo di avvicinamento.

Il primo appuntamento dell'anno mi ha sempre regalato emozioni particolari perchè all'abituale carico di tensioni e aspettative pre-gara si vanno a sommare una serie di incognite legate al lungo periodo estivo trascorso senza gareggiare.

 

Sarò in grado di riprendere da dove avevo lasciato?

Gli automatismi di tutto il gruppo di lavoro funzioneranno a dovere?

Il primo faccia a faccia con gli avversari mi darà riscontri positivi?

 

Gli ultimi giorni trascorsi in ritiro per calarmi appieno nella mentalità invernale sicuramente hanno dato l'effetto desiderato, ma soltanto tornare a gareggiare mi ha dato la precisa cognizione del mio stato di forma fisico e mentale.

E devo dire di esserne molto soddisfatto. Sono tornato a provare quelle sensazioni che quasi mi ero scordato quanto mi piacessero, su tutte il mix di adrenalina-tensione che tanto mi piace sentire dentro durante l’intera giornata, quanto lo odio poi, alla sera, quando tutto è finito e non riesco a prendere sonno fino a tardi…

Questo mix di adrenalina, mi dà un prezioso ed incalzante senso di urgenza, che è quello che mi permette di sentire addosso il giusto livello di pressione per rendere di più in pista.

Per me è fondamentale infatti sentire sottopelle l'esigenza di fare di più, la voglia, diciamo, di sentirmi in una posizione un po' scomoda perchè è combattendo quella scomodità che riesco a tirare fuori il mio meglio.

E per farlo, ovviamente, ho i miei trucchetti.

Non ho certo intenzione di svelarli tutti, ma di uno, per fare un esempio, posso anche parlare; lo chiamo: "l'un minuto di ritardo". Si tratta del desiderio di sentirmi sempre in leggerissimo ritardo rispetto alla mia serrata agenda del giorno di gare. Un minuto in certi momenti anche due quando non influisce sul lavoro di altri, che è però sufficiente a un metodico come me per sentirsi in difetto e quindi per metterci un extra quantitativo di focus e cattiveria in quello che sta per fare.

Dalla sveglia in poi, passando per l'alimentazione, i preparativi pre gara, e tutto il resto, obbligare la mia testa alla sensazione di dover rincorrere la puntualità finisce col dare al mio corpo un surplus di energia.

Credo che questa mia maniera di affrontare il giorno della competizione sia in parte anche uno specchio del mio approccio generale allo sci di fondo. Non mi sono mai sentito il più forte prima di una gara, anzi il mio desiderio è sempre quello di percepirmi un po' in difetto rispetto ai migliori tra gli avversari.

È un meccanismo interno di stimolo, di sfida a me stesso: come se mi chiedessi ogni volta di stupirmi per poter ottenere qualcosa di importante.

Ovviamente conosco il mio valore rispetto agli avversari e la puntualità nella preparazione fatta e nel suo monitoraggio mi permettono di avere ben chiare le mie possibilità di successo, weekend dopo weekend, ma per riuscire ad andare oltre i miei limiti utilizzo ogni mezzo possibile e, tra questi, il desiderio di mettermi sotto pressione è uno di quelli che sortisce gli effetti migliori.

 

Da un punto di vista tecnico posso dirmi assolutamente soddisfatto del risultato e di come giravano le gambe in pista, ma ciò che più di tutto mi ha stampato un bel sorriso in volto è stata la perfetta alchimia tra tutti i componenti della squadra. Un meccanismo già perfettamente rodato alla prima uscita stagionale mi fa veramente ben sperare per tutto il resto dell'inverno, per me e per l’Italia.

L’undicesimo tempo di qualifica confermava le mie sensazioni sugli sci che erano veramente buone e anche il cronometro confermava come fossi riuscito a imprimere un deciso cambio di ritmo, in qualifica, tra il primo e il secondo settore, nel quale avevo finito con il secondo miglior tempo assoluto appena dietro a Klaebo (dopo essere passato 56esimo a metà prova). Quindi piuttosto che scegliere la parte bassa e puntare ad un quinto/sesto posto abbastanza agevole, ho preferito testare la mia condizione fino in fondo, selezionando il secondo quarto di finale, con la consapevolezza di incontrare fin da subito molti avversari forti.

Vi racconterò più avanti di quanta psicologia ci sia dietro alla scelta del quarto di finale e quanto io sia riuscito a sfruttarla fin dal 2015 (anno in cui è apparsa questa nuova regola)

Un ottimo quarto, in controllo fino agli ultimi 200 metri dove sono poi riuscito a difendermi dal rientro in volata del norvegese Staadas (6 tempo in qualifica) battendolo in spaccata e finendo secondo dietro a Bolshunov, mi ha dato ancora più fiducia per il proseguo della gara.

In semifinale però non è andata al cento per cento come programmato ma non tutto è possibile da prevedere: avevo scelto degli sci che mi permettessero una tenuta perfetta in salita, rinunciando magari ad un po' di scorrevolezza, deciso a livello tattico a sferrare un attacco proprio in salita, ma purtroppo all’imbocco della salita finale avevo troppo gap dai primi, e pur riuscendo a recuperarli ho sbagliato a battezzare la scia di Klaebo rimanendo imbottigliato in cima alla salita senza lo spazio per partire. Finito quel tratto duro, si tornava a spingere e non mi è restato che provare a accodarmi e finire 5 sfilato.

Il weekend però, devo ammettere, mi ha anche regalato un'emozione che non sentivo da troppo tempo: Greta mi ha fatto di nuovo scendere la lacrimuccia. Mi ha letteralmente commosso guardare la sua gara. Il suo quarto di finale ha preso il via poco prima del mio e io, come sempre, ho fatto in modo di essere a bordopista a sostenerla. Era da qualche anno che non la vedevo così pimpante in tecnica classica, anzi credo che in classico non l’avevo mai vista così in palla: ha attaccato in salita, e combattutto fino all'ultimo centimetro, anche se il finale in spaccata a lei ha detto male.

Vederla prendersi il palcoscenico e sfiorare una semi in tecnica classica mi ha emozionato davvero molto perchè io conosco bene, e da vicino, la portata dei suoi sacrifici quotidiani, e vederla negli ultimi anni accumulare qualche delusione di troppo mi ha fatto soffrire. Certo mi sarebbe piaciuto tanto vederla agguantare la semifinale, e sul fotofinish l'emozione e il trasporto hanno lasciato spazio a un po' di sana incazzatura per gli ultimi metri. Però averla vista tornare protagonista mi ha fatto scendere un paio di lacrime belle grosse.

Emozioni che sono durate molto poco però, perchè io sono fatto così. Io penso che il segreto della continuità risieda nel non accontentarsi e la maniera più efficace che conosco per farlo è quella di concedere alle cose fatte bene di occupare il mio cervello per poco tempo. Io sono quello del: "Ok! Molto bene! Molto bene, però... si può sempre fare meglio" e in quel però racchiudo tutta la mia voglia di proiettarmi immediatamente oltre l'ultimo risultato.

Lo applico a me stesso e lo applico anche a lei.

E, come sa tutto il mio team, lo applico anche a chi lavora insieme a me. Sono un perfezionista, che mette tutti sotto pressione perchè il primo che metto sotto pressione sono proprio me stesso. Lo sanno gli skimen, gli allenatori e il fisio in partenza…

Per cui devo dire che il primo weekend mi ha lasciato addosso la convinzione profonda che siamo sulla strada giusta per toglierci grandi soddisfazioni quest'anno; la consapevolezza di avere un gruppo che si muove già come un meccanismo perfettamente in equilibrio come accadeva nella stagione scorsa e la certezza di avere compagni forti, capace di piazzare 2 ragazze nelle prime 15 nello sprint e 4 ragazzi a punti nella 15 chilometri, entrambe cose che non accadevano da molto tempo all’opening di stagione.

Bilancio positivo dunque per il primo appuntamento dell'anno, ma, giusto per non smetirmi, a fine frase ci metto un bel però.

Bilancio positivo dunque per il primo appuntamento dell'anno, però adesso inizia una lunga serie di sprint a tecnica libera…

20 Nov

I primi appuntamenti importanti della stagione sono ormai vicini e le ultime settimane di preparazione riflettono l’unicità di questo momento dell’anno, che è sempre tra i più particolari e stimolanti in assoluto: sto parlando della rifinitura.

Con rifinitura si definiscono quei giorni di allenamento che vengono fatti proprio a ridosso delle primissime gare. Dal punto di vista fisico il grosso del lavoro è già stato fatto durante le sedute estive e autunnali mentre invece il tanto atteso avvicinamento alle date importanti, compresa l’incognita esordio, richiede di lavorare in particolare sulla qualità e sugli aspetti tecnici e mentali. In poche parole adesso serve: curare gli ultimi dettagli e tirare le somme della lunga preparazione fatta... ma in realtà l’impatto di questo periodo è molto più complesso di così.

Queste settimane sono sempre un importante spartiacque tra due momenti diversi della mia stagione: da un lato c’è il lavoro preparatorio del periodo che va da maggio a ottobre e dall’altro la stagione delle competizioni, quella in cui, potremmo dire, tutti i nodi vengono al pettine e si cerca di raccogliere ciò per cui si è lavorato tanto.

 Per questo la mia rifinitura assume un valore unico e la sua importanza è decisiva per le sorti della stagione intera: devo affrontarla con precisione certosina e senza lasciare nessun dettaglio al caso. Nel mio caso, infatti, non si tratta di un semplice adattamento del fisico ma di una vera e propria trasformazione mentale che è necessario che io metta in atto per entrare nel clima gare con il piglio giusto.

 Cosa fondamentale: questo è il momento di iniziare a togliere dalla quotidianità tutto ciò che non comporta un ritorno diretto nella performance. Tutto ciò che o si è già fatto oppure si rimanda alla prossima primavera.

Basti pensare, per fare qualche esempio, a tutti quegli impegni extra agonistici che soprattutto nelle ultime tre stagioni ho avuto il compito (e anche la fortuna) di avere, abbondanti in agenda, grazie ai risultati ottenuti: il costante lavoro di feedback per la ricerca di nuovi materiali (abbigliamento, sci, bastoni, accessori, integratori,…); prendere parte agli impegni con gli sponsor, che sono un supporto imprescindibile per me; partecipare a eventi, serate, premiazioni,…; sistemare le normali faccende burocratiche della vita del giorno d’oggi accumulatesi nei mesi invernali… tutte cose che nella stagione di gare devo diminuire drasticamente.

Il motore dello sportivo è un po’ come quello degli aerei: resta sempre acceso per mantenere tutti gli ingranaggi sempre attivi. Ecco, se d’estate non c’è la componente gare a surriscaldarlo, ogni tanto ci pensano tutti questi impegni extra; ma con l’arrivo della mia stagione, non posso permettermi il rischio di ingolfare il motore.

 Per questo, nell’approcciarsi alle prime gare, diventa di fondamentale importanza riportare corpo e mente nella condizione di assoluto focus sugli impegni agonistici, rallentando il ritmo di tutto quanto il resto.

Durante l’inverno tutto deve essere finalizzato ad ottenere il miglior risultato possibile, gara dopo gara, per questo è necessaria una rigorosa concentrazione per tutti i mesi di competizione e serve avere un’agenda che rispecchi perfettamente questa necessità.

 Nelle ultime due stagioni precedenti a questa la rifinitura l’abbiamo sempre ultimata a Davos, Svizzera, in ‘quota’. Quest’anno abbiamo scelto invece di passare dai 1600 metri d’altitudine della cittadina svizzera ai meno di 300 di Rovaniemi, in Finlandia: la città di Babbo Natale.

Devo dire che il clima che ci ha accolti quest’anno era tutto fuorché natalizio purtroppo: niente renne e niente neve, se non fosse che anche quì ormai si sono sapientemente attrezzati per conservarne un po’ dall’inverno precedente, in modo da offrire agli sciatori un anello adeguato anche se quella fresca scarseggia. (vi racconterò più avanti il ,mio punto di vista sullo SnowFarming)

Il cambio di location per la rifinitura di quest’anno mi sta pienamente soddisfando; certo la pista dello snowfarming di Davos resta un tracciato tecnico e molto valido ma è sicuramente diverso da quelli che incontriamo nella Coppa del Mondo e da questo punto di vista la pista di Ounasvara sulla collina di Rovaniemi è stata perfetta. Inoltre le prime tre tappe di questa stagione si svolgeranno a bassa quota e, con l’obbiettivo di essere pronti fin da subito, abbiamo optato che fosse meglio provare qui e adattare così il corpo e la respirazione a ciò che troveremo nelle prime gare.

 Le giornate finlandesi di questo periodo hanno un colore unico, il grigio. Ma non sempre è così. Non si vede praticamente mai il sole ma quando capita, allora sì che il colore triste delle nuvole basse può trasformarsi in tramonti mozzafiato ed effetti di luce che riflessi sui laghi possono quasi fare emozionare. La natura qui è particolare, selvaggia, infinita. Niente montagne all'orizzonte: solo conifere; infinite distese di conifere gigantesche, interrotte solo da laghi trasparenti.

Le ore di luce sono pochissime: già dalle tre del pomeriggio inizia a calare il buio e si accendono i lampioni per strada e sulla pista.

Devo ammettere che a me questi ritmi rilassano enormemente: è come se le poche ore di luce mi aiutassero anche a spegnere l’attenzione sulle cose secondarie di cui parlavo prima e a focalizzare quindi tutta la mia presenza su quelle che invece sono fondamentali per il risultato sportivo. Che poi è l’obiettivo principale di tutto il periodo.

 I giorni finlandesi mi permettono di calarmi perfettamente nella modalità invernale che dovrò mantenere durante tutta la stagione. Un po’ come quando a teatro spengono le luci e cala il silenzio perché sai che si sta per aprire il sipario.

 Qui riesco a prendermi del tempo da dedicare solo ed esclusivamente al riposo, che trascorro guardando film o leggendo, o persino giocando a carte con i compagni, cose per cui d’estate mi viene veramente difficile trovare il tempo. E questi sono dei piccoli lussi che mi posso permettere solo quando la giornata è organizzata unicamente per ottimizzare la performance sportiva.

 La routine tecnica prevede quasi unicamente allenamenti sugli sci, con poche sedute in palestra, e ogni giorno si lavora con il fisio, in modo da avere sotto monitoraggio perfetto ogni piccolo ingranaggio fisico. A queste latitudini poi prendono anche molto sul serio la sauna che è presente in tutte le case e che, da cinque anni a questa parte, è un elemento importante per il mio benessere perchè che mi aiuta a mantenere alte le difese immunitarie.

 I giorni della rifinitura sono, in sostanza, quelli in cui oltre al mio corpo anche la mia mente entra definitivamente in modalità-gare e costituiscono un momento chiave di tutta l’annata, permettendomi di sentire appieno nei muscoli e nelle ossa che la stagione è finalmente arrivata. Modalità race attivata quindi, sabato e domenica ci saranno le prime gare. Non vedo l’ora di iniziare e vedere cos’ ha in serbo per me questa nuova stagione!

A martedì prossimo con la Week 3 di #semplicementechicco dove vi racconterò le impressioni e le sensazioni del primo weekend di gare!

13 Nov

Parte una nuova stagione che come tutte le cose nuove porterà con sè molto: tante aspettative, le mie soprattutto, il solito carico di adrenalina e gli ancor più soliti obiettivi ambiziosi.Oltre a tutto questo ci sarà anche una grande novità, un vero e proprio ritorno al passato per me, fatto per guardare al futuro con obiettivi rinnovati.

Questa, la Week 1 di #semplicementechicco è infatti il primo tassello di un lungo percorso di storytelling che farà da sottofondo a tutto l'anno sportivo che sta iniziando e che permetterà di raccontarmi in assoluta libertà a tutti coloro che mi vogliono bene e che si sforzano di farmi sentire il loro calore quotidianamente.

Non un semplice diario di bordo, non una fredda cronaca delle gare che mi aspettano o che si sono appena concluse, ma qualcosa di più. Ciò che mi piacerebbe creare con questo nuovo progetto è un dialogo con tutti voi che leggete, un'interazione costante, che mi permetta di raccontare di me anche gli aspetti più personali, quelli che si fa fatica ad esprimere nella loro complessità utilizzando soltanto i social.

Il motivo principale? Beh io adoro il mio mestiere, amo quello che faccio e poterlo raccontare è per me la naturale conseguenza di quanto io mi senta felice nel mio elemento. Chiunque sia mai venuto a vedere una gara, o abbia avuto modo di incrociarmi per strada o sulla neve, sa che non mi nego mai il piacere di fare quattro chiacchiere con un appassionato di sci, di sport o della vita. I racconti, specie quelli sportivi, mi piacciono fin da quando ero bambino e avere occasione di leggerne, ascoltarne o di raccontarne alcuni è senza dubbio uno dei miei passatempi che preferisco.

Quando andavo a scuola, al liceo, scrivere mi riusciva abbastanza bene. Così come nelle lunghe ‘letterine d’amore’ che allora scrivevo alla mia Greta. Con la penna in mano sono sempre stato un creativo, a differenza di quanto accade nel lavoro invece dove sono l'organizzazione e il metodo a determinare il ritmo delle mie giornate.

Quando ho cominciato a gareggiare ad alto livello mi è venuto quindi spontaneo iniziare a tenere un diario online, nel quale dare spazio a questa mia passione. Scrivere, oltre che un'esigenza comunicativa, è anche spesso un percorso terapeutico e raccontarmi su carta mi ha sempre permesso di fare chiarezza su una gara, di riflettere sulle cose da fare, di dare ordine ai pensieri.

Nonostante la mia passione e gli ottimi feedback che ricevevo dal sito, nel corso dei mesi, con l'accumularsi degli impegni, ho finito col perdermi e lasciare che questa passione finisse in soffitta per un po'. Come tutte le cose a cui si tiene veramente però è recentemente tornata a bussare nei miei pensieri ed ora voglio riallacciare i fili e riprendere a raccontarmi come facevo una volta.

Lo farò qui, ogni settimana, in quello che sarà un appuntamento fisso con le mie righe, i miei ricordi e le mie storie.

I social sono uno strumento davvero potente, permettono agli atleti di farsi conoscere in tutto il Mondo abbattendo i confini e offrono a chiunque l'opportunità di essere aggiornati praticamente in tempo reale su tutto ciò che accade. Spesso però la voglia di raccontare qualcosa di mio va oltre allo spazio offerto da un post o da una story che sono luoghi dedicati alle comunicazioni flash. Brevi ed incisivi. Oltre alla mia più volte ammessa, difficoltà a raccontarmi tramite un post su Facebook o Instagram.

Il mio desiderio più grande è quello di riuscire a mostrarmi esattamente per quello che sono a tutti quelli che mi sostengono. Non solo quindi a coloro che mi conoscono di persona, ma anche a quelli che si sono appassionati online alla mia avventura sportiva e che adesso mi fanno compagnia, mi incitano e mi fanno sentire il loro calore. Più conosco il mio interlocutore e più per me diventa facile lasciarmi andare e far uscire la natura conviviale del mio carattere, quella innamorata delle storie di cui parlavo prima. Nel corso dei mesi mi piacerebbe raccontarvi non solo delle sensazioni avute in gara o dei dettagli tecnici, ma anche farvi entrare nel mondo delle mie montagne, farvi assaporare la vita di uno sportivo professionista, oppure farvi visitare insieme a me alcuni dei posti splendidi che ho la fortuna di vedere durante le trasferte.

E, più di ogni altra cosa, mi piacerebbe riuscire a creare un dialogo con voi, leggere i vostri commenti sotto al pezzo e alle foto, far sì che questo appuntamento del martedì diventi l'occasione per un'interazione costante e sincera, farmi anche consigliare gli argomenti futuri su cui scrivere e che a voi piacerebbe leggere.

In questi anni la mia vita ha iniziato a scorrere con una velocità sempre maggiore: nuove stagioni, nuovi ambiziosi obbiettivi, nuovi grandi traguardi, nuovi piacevoli eventi, nuovi partner, sempre più importanti, ma anche più tempo da dedicare a tutto ciò e meno tempo per rallentare i pensieri e soffermarmi a ragionare. Questo tempo lo rivoglio, e con questo impegno che mi prendo con Voi, lo pretendo da me stesso.

Spero che questa idea vi piaccia e che possiate trarre qualche spunto di qualsiasi tipo da ciò che vi racconto. In questi anni mi avete spinto con tanti incitamenti e belle parole, ora tocca a me darvi qualcosa in più di quanto io possa fare con gli sci ai piedi.

A martedì prossimo h18, con la Week 2 di #semplicementechicco

Pagina 1 di 12